L'assemblea dei soci può revocare ad nutum l'amministratore
15 Luglio 2016
Massima
In tema di società di capitali, la revoca della delega all'amministratore delegato, decisa dal consiglio di amministrazione, deve essere assistita da "giusta causa", anche in applicazione analogica dell' art. 2383 c.c. , comma 3, sussistendo, in caso contrario, il diritto del revocato al risarcimento dei danni eventualmente patiti . Il caso
L'Amministratore Delegato di una società ha impugnato dinanzi al competente Tribunale la revoca delle deleghe (incluse quelle del potere di rappresentanza e di firma sociale), a suo tempo a lui concesse a titolo oneroso, a causa dei dissensi venutisi a creare con l'altra parte del Consiglio di Amministrazione.
Il Tribunale ha accolto la domanda e, per l'effetto, condannato la Società al risarcimento danni in favore dell'Amministratore Delegato nel quantum “corrispondente al pregiudizio sofferto e in misura pari gli emolumenti non percepiti per l'anticipata interruzione del rapporto”.
La Società ha proposto appello e la Corte territoriale adita ha accolto il gravame affermando l'insussistenza del diritto risarcitorio in capo all'Amministratore Delegato ritenendo applicabile la norma contenuta nell' art. 2381 c.c. che consente sempre al C.d.A. di revocare ad nutum la delega a discapito del disposto di cui all' art. 2383 c.c. che attribuisce il diritto al risarcimento del danno in difetto di giusta causa.
La libertà di revoca delle deleghe all'Amministratore Delegato, infatti, a dire dei Giudici d'appello, albergherebbe non nel rapporto di mandato ma nel dovere di vigilanza che incombe sugli amministratori “quale fattispecie di autorizzazione all'esercizio singolare dei poteri amministrativi”.
Morto, medio tempore, l'Amministratore Delegato, i suoi eredi hanno proposto vittoriosamente ricorso per cassazione. Le questioni
Punto centrale della vicenda giuridica scrutinata è stato quello di valutare se la delega sia o meno sempre revocabile (ad nutum) da parte del Consiglio di Amministrazione ai sensi dell' art. 2381 c.c. senza che l'Amministratore Delegato possa invocare l'applicazione della disciplina di cui all' art. 2383 c.c. , che dà diritto al risarcimento del danno in ipotesi di revoca senza giusta causa. Le soluzioni giuridiche
I Giudici di Cassazione hanno accolto il ricorso dopo aver censurato la Corte Territoriale che non aveva tenuto conto della disciplina applicabile ratione temporis (i fatti dedotti in giudizio si erano verificati prima del 2003 e, quindi, prima della riforma del diritto societario) affermando come dovuto il risarcimento del danno all'Amministratore Delegato revocato senza giusta causa sul disposto di cui all' art. l'art. 2383 c.c. , comma 3 (non toccato dalla riforma) che consente all'assemblea di revocare gli amministratori “in qualunque tempo, anche se nominati nell'atto costitutivo” fermo il loro diritto risarcitorio laddove la revoca avvenga senza giusta causa.
I Giudici di Piazza Cavour, così, hanno ritenuto prive di pregio giuridico talune decisioni (tra cui quella impugnata) fondate sulle differenze obbiettivamente esistenti tra la revoca dell'amministratore da parte dell'assemblea, di cui all' art. 2383 c.c. , e la revoca delle deleghe ai propri delegati, dal consiglio di amministrazione di cui all' art. 2381 c.c. .
“Ubi idem ratio, ibi idem dispositio”, però, asseriscono i Giudici di legittimità.
Tra le due fattispecie vi è identità di ratio cosicché, in difetto di una disciplina positiva, appare corretto applicare l'istituto dell'analogia prendendo a prestito l'ipotesi di diritto della risarcibilità del danno contenuta nel terzo comma dell' art. 2383 c.c. per regolare anche la fattispecie della revoca della delega (non solo della qualità di amministratore) in assenza di giusta causa che deve essere “valutata in concreto dal giudice di merito”. Osservazioni
La posizione della Corte di Cassazione, letta anche nell'ottica di cui all' art. 1725 c.c. , appare condivisibile.
Secondo la disciplina dell' art. 1725 c.c. , infatti, se l'incarico all'Amministratore è a tempo determinato, questi avrà diritto al risarcimento danni ove difetti la giusta causa. Se, invece il mandato è a tempo indeterminato, questi avrà diritto al risarcimento danni se non gli sia dato un adeguato preavviso (diritto, quest'ultimo, sacrificabile in presenza di una giusta causa). La ratio legis è evidente: le parti non possono restare legate tra di loro per una durata illimitata!
A corollario va annotato che la revoca può avvenire anche per fatti concludenti all'esito di una delibera che disponga il taglio del numero dei componenti del consiglio di amministrazione.
La vicenda in esame appartiene, è evidente, al diritto societario ma le tematiche coinvolte, nella loro dimensione pratica, possono toccare, e toccano, anche temi di interesse giuslavoristico e, considerato il taglio della pubblicazione, appare strumentale porre brevemente in evidenza taluni di essi di particolare coinvolgimento pratico.
In tale ottica va annotato, innanzitutto, che la giurisprudenza di vertice ha valutato che il rapporto di immedesimazione organica fra l'amministratore ed una società di capitali porta a negare che l'attività svolta nell'ambito delle sue funzioni rientri nell'alveo della subordinazione.
Il postulato ha diverse conseguenze.
Cass. civ. Sez. I, 12-09-2008, n. 23557 ha affermato, ad esempio, che in ipotesi di revoca dell'Amministratore senza giusta causa, il conseguente risarcimento danni andrà liquidato a mente dei criteri generali di cui agli artt. 1223 e 2697 cod. civ. , in quanto si tratta, appunto, di una fattispecie “non equiparabile alla risoluzione di un contratto di lavoro subordinato”.
01/04/2009, n. 7961 , poi, ha escluso l'applicabilità del principio di proporzionalità e sufficienza della retribuzione fissato dall' art. 36 Cost. ritenendo legittima la norma statutaria che prevedeva la gratuità delle prestazioni legate alla funzione di amministratore. Contra Cass. civ. Sez. lavoro, 20/02/2009, n. 4261 che nel ricondurre la prestazione dell'Amministratore di una società di capitali nell'ambito della parasubordinazione, per la sua natura personale, coordinata e continuativa, ha bocciato la possibilità di escludere il compenso in difetto di una rinunzia espressa o tacita.
Diffusa, poi, è la fattispecie in cui l'Amministratore Delegato è anche lavoratore subordinato e, segnatamente, Direttore Generale, della società.
I Giudici di Piazza Cavour, al riguardo, allorché il Direttore Generale sia persona fisica (secondo Cass. civ., 08/11/1984, n. 5640 può avere anche una struttura collegiale quando, ad esempio, sia prevista una direzione generale), hanno ritenuto “la compatibilità giuridica tra le funzioni di lavoratore dipendente (nella specie direttore generale) e quelle di amministratore di una società ” pur affermando la necessità di una prova rigorosa della eterodirezione (Cass. civ. Sez. lavoro, 29/01/1998, n. 894 ) in quanto è da escludere il rapporto di natura subordinata laddove si sia in presenza di un amministratore unico poiché, in tale ipotesi, la figura di “ esecutore della volontà sociale ” e quella di “organo competente ad esprimerla” verrebbero a sovrapporsi frustrando così la necessità della sussistenza di un “potere sovraordinato di controllo e disciplina” ( Cass. civ. Sez. lavoro, 29/05/1998, n. 5352 ).
Obiter dictum , per quanto sopra esposto, solo per puntiglio espositivo, è appena il caso di appuntare che il Direttore Generale persona fisica, non deve per forza essere un lavoratore subordinato della società ma può ben essere, ad esempio, un soggetto vincolato in forza di un contratto di mandato.
Va rilevato, poi, che l' art. 2396 c.c. , nella sua formulazione successiva alla novella del 2003, estende le disposizioni che regolano la responsabilità degli amministratori ai “direttori generali nominati dall'assemblea o per disposizione dello statuto, in relazione ai compiti loro affidati, salve le azioni esercitabili in base al rapporto di lavoro con la società”.
Tenuto conto, dunque, che
il Direttore Generale è organo differenziato dagli Amministratori e che nel suo ruolo non si identifica con questi ultimi, dai quali si diversifica per funzioni e posizione, appare corretto affermare che in caso di nomina da parte dell'assemblea o per disposizione dello statuto, la sua
responsabilità andrà valutata in un'ottica dicotomica: quella afferente la normativa che governa il rapporto di lavoro subordinato (l a novella del 2003 ha fatto espressamente salve le azioni esercitabili nei confronti dal Direttore Generale fondate sul rapporto di lavoro subordinato con la società; possibilità, questa, che, comunque, si riteneva sussistente anche in precedenza)
e, quella che disciplina la responsabilità civile degli amministratori.
Con un pensiero condivisibile, quindi, si può concludere affermando che, in subiecta materia, l'azione risarcitoria dipendente dal rapporto di lavoro subordinato e quella di responsabilità sociale sono su piani ontologicamente diversi e, pertanto, rappresentano due tipi di azioni distinte ed autonome che possono essere avviate sia in via alternativa, sia in via cumulativa, ognuna secondo la propria disciplina ed il proprio regime. Alla luce della novella, dunque, e con l'intento di massimizzare i principali punti di differenza tra le due azioni, andrà valorizzato che, riguardo al momento genetico, l'azione sociale dovrà essere deliberata dall'Assemblea mentre quella giuslavoristica non necessariamente; riguardo al giudice dinanzi al quale incoare l'azione, per l'azione di responsabilità sociale, sarà competente il giudice ordinario mentre per quella derivante dal rapporto di lavoro subordinato, il giudice del lavoro; per ciò che concerne le eventuali modalità conciliative dovranno tenersi presenti il 6° comma dell' art. 2393 c.c. in ambito societario ed il 4° comma dell' art. 2113 c.c. per rapporti di lavoro subordinato (e per quelli di cui all' art. 409 c.p.c. ) . I termini di prescrizione, infine, seguiranno il regime delle relative azioni. |