Abbandono ripetuto ed ingiustificato del posto di lavoro e falsa attestazione di presenza in servizio: licenziamento disciplinare per il pubblico dipendente

Marta Filippi
27 Dicembre 2021

Appare proporzionato, quindi legittimo, il licenziamento disciplinare del lavoratore pubblico, ai sensi dell'art. 55-quater del D.Lgs 165/2001, che si allontana ripetutamente ed in modo ingiustificato dal proprio posto di lavoro ed attesta falsamente la propria presenza in servizio...
Massima

Appare proporzionato, quindi legittimo, il licenziamento disciplinare del lavoratore pubblico, ai sensi dell'art. 55-quater del D.Lgs 165/2001, che si allontana ripetutamente ed in modo ingiustificato dal proprio posto di lavoro ed attesta falsamente la propria presenza in servizio quando la valutazione è frutto della valutazione da parte del giudice di ogni aspetto concreto della vicenda processuale che appaia significativo della gravità dell'inadempimento del lavoratore rispetto alla prosecuzione del rapporto di lavoro.

Deve rimane escluso, pertanto, che la tipizzazione legale comporti un automatismo insensibile alla verifica giurisdizionale di congruità.

Il caso

Una lavoratrice del settore pubblico si rivolgeva al Tribunale del Lavoro di Bari per sentir dichiarare illegittimo il licenziamento intimatole, ai sensi dell'art. 55-quater del D.Lgs 165/2001, per aver abbandonato più volte il posto di lavoro ed attestato falsamente, in varie occasioni, la sua presenza in servizio. La ricorrente chiedeva per l'effetto la reintegrata nel proprio posto di lavoro, in subordine l'annullamento della sanzione del licenziamento o la sua rideterminazione. In ulteriore subordino domandava la sospensione del procedimento disciplinare fino al termine di quello penale.

Da parte sua la P.A sosteneva la legittimità del licenziamento con richiesta di rigetto del ricorso. All'esito del giudizio il Tribunale di Bari riteneva fondato il licenziamento della dipendente valutata la vicenda processuale in tutti i suoi aspetti.

La questione giuridica

Tra i motivi di impugnazione del licenziamento la lavoratrice sostiene la presenza di cause di giustificazione al suo comportamento ed in particolare la mancanza di proporzionalità tra la sanzione irrogata ed i fatti contestati.

La questione giuridica posta alla base della sentenza in commento èdunque rappresentata dall'assenza di un automatismo tra l'addebito (falsa attestazione della presenza in servizio) e la sanzione del licenziamento, neppure alla stregua della letterale previsione di cui all'art. 55-quater D.Lgs. n. 165/2001.

Il giudice è infatti sempre chiamato a valutare la congruità tra la sanzione legislativamente prescritta e la condotta del lavoratore.

Le soluzioni giuridiche

Al fine di giungere alla dichiarazione di legittimità del licenziamento irrogato alla dipendente del settore sanitario pubblico il Giudice barese ripercorre in primo luogo la nozione di licenziamento disciplinare ontologico. Sottolinea, infatti, come il licenziamento si definisca disciplinare quando ne abbia intrinseca natura e non solo se qualificato in tal modo dal datore di lavoro. Conseguentemente il giudice nel citare la giurisprudenza di legittimità evidenzia come deve essere considerato licenziamento disciplinare, ogni licenziamento che sia motivato dal datore di lavoro con l'imputazione al dipendente di un grave inadempimento in senso lato, quale giustificato motivo soggettivo ovvero giusta causa del recesso.

Ciò premesso e confermato che il caso di specie verte in ambito di licenziamento disciplinare il Tribunale passa ad esaminare nel merito gli addebiti mossi alla ricorrente.

In primo luogo. il giudice illustra i numerosi e reiterati episodi contestati alla lavoratrice nei quali a seguito dell'allontanamento dal posto di lavoro, venendo ripresa nell'atto di lasciare la struttura, la stessa non timbrava l'uscita né il rientro nella struttura, facendo credere dunque di essere presente in servizio. A tali comportamenti si aggiunge la contestazione dell'uso ripetuto di autocertificazioni false finalizzate a giustificare l'omessa timbratura. A fronte delle contestazioni mosse alla ricorrente la stessa affermava che si trattava in determinati casi di pausa caffè ed in altri di allontanamenti giustificati dalla precaria condizione di salute del padre. Tuttavia, analizzata la normativa in materia di orario di lavoro e le circolari emanate dalla struttura in caso di allontanamento che prescrivono l'obbligo della timbratura in tali ipotesi, il giudice conclude per la loro non rilevanza e fondatezza.

Ciò chiarito il giudice scende all'esame della lamentata mancanza di proporzionalità invocata dalla lavoratrice tra fatti contestati e sanzione espulsiva. Sul punto il ragionamento argomentativo del Tribunale parte dalla nota sentenza della Corte Costituzionale con la quale gli Ermellini hanno dichiarato la legittimità costituzionale dell'art. 55-quater del D.lgs 165/2001 proprio in ragione dell'interpretazione giurisprudenziale adeguatrice ed univoca della Suprema Corte di Cassazione in merito alla sussistenza del sindacato di proporzionalità del licenziamento irrogato.Specifica, infatti, il giudice barese come sia escluso che la tipizzazione legale delle fattispecie del licenziamento disciplinare implichi un automatismo insensibile alla verifica giurisdizionale della congruità tra la fattispecie concreta e la sanzione applicata. Tale giudizio deve essere difatti sempre operato dal giudice di merito nel rispetto di quanto sancito dal codice civile.

Sulla base della citata giurisprudenza ma anche dall'analisi testuale del testo dell'art. 55-quater e della sua ratio oltre che da quella dalle specifiche finalità del comportamento posto in essere dalla ricorrente, la quale astenendosi dal timbrare le entrate e le uscite dalla struttura ha indotto in errore la P.A. circa la sua presenza effettiva sul posto di lavoro, il giudice conclude che le condotte ad essa addebitate integrino la nozione di giusta causa di licenziamento. A tal proposito ricorda come per ricorrere l'ipotesi della giusta causa di licenziamento, ovvero un inadempimento più che notevole del lavoratore tale da ledere il vincolo fiduciario tra le parti, occorre valutare da un lato la gravità dei fatti addebitati e dall'altro la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta. In particolare in riferimento a tale giudizio viene evidenziato come aspetti al giudice di merito valutare la congruità della sanzione disciplinare irrogata al lavoratore non sulla base di una valutazione astratta della condotta contestata, ma tenendo conto di ogni aspetto concreto della vicenda processuale che risulti indicativo della sua gravità rispetto ad un'utile prosecuzione del rapporto di lavoro.

Osservazioni

La sentenza oggetto di commento risulta particolarmente significativa in quanto il giudice articola il suo ragionamento sulla base dei principi in materia di licenziamento disciplinare emersi nella giurisprudenza maggioritaria.

Interessante è il richiamo alla sentenza della Corte Costituzionale 123/2020 sul contenuto normativo dell'art. 55-quater del D.Lgs 165/2001 ed altresì l'elencazione degli elementi caratterizzanti la giusta causa di licenziamento.

Centrale è poi l'iter motivazione relativo all'esame della proporzionalità tra l'addebito contestato e la sanzione irrogata, giudizio che si basa sulla valutazione di ogni aspetto della vicenda processuale idonea ad evidenziare la gravità dall'inadempimento del lavoratore circa la possibile o meno continuazione del rapporto lavorativo.

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