L'atto legittimo di recesso unilaterale da un accordo sindacale non costituisce condotta antisindacale
20 Gennaio 2020
Massima
Premesso che nell'interpretazione degli atti unilaterali occorre guardare all'intento di chi li pone in essere, non costituisce condotta antisindacale ai sensi dell'art. 28, l. n. 300 del 1970, il recesso unilaterale per fatti concludenti da un accordo sindacale in cui sono contenute specifiche prerogative sindacali laddove il recesso non risulti illegittimo in quanto posto in essere con fine ritorsivo determinante e connotato da abuso del diritto, dovendosi intendere tale fattispecie configurabile allorché il titolare di un diritto soggettivo lo azioni con modalità ultronee ed irrispettose del dovere di correttezza e buona fede, causando uno sproporzionato ed ingiustificato sacrificio della controparte contrattuale ed al fine di conseguire risultati diversi ed ulteriori rispetto a quelli per i quali quei poteri o facoltà sono attribuiti. Il caso
Con ricorso ex art. 28, l. n. 300 del 1970, l'articolazione provinciale della Spezia di un a OO.SS nazionale maggiormente rappresentativa lamentava da parte del datore di lavoro una condotta antisindacale in quanto lesiva della libertà sindacale dei dipendenti autisti che rivestivano il ruolo di rappresentanti sindacali. Tale lesione si era infatti verificata a causa del recesso unilaterale esercitato da parte datoriale dai contratti collettivi che disciplinavano i così detti turni sindacali misti i quali prevedevano 3,5 ore di guida, dalle 6 alle 9,30, e tre ore “a disposizione” dell'azienda durante le quali potevano organizzare la loro attività, con esclusione tuttavia dell'accordo concluso in data 24 settembre 2014. L'OO.SS provinciale evidenziava come tale decisione fosse, tra l'altro, maturata appena due giorni dopo la bocciatura di un referendum avente ad oggetto la proposta aziendale di un “premio incentivante” e pertanto dovesse ritenersi ritorsiva e pertanto illegittima. In subordine eccepiva l'illegittimità del comportamento datoriale per violazione dell'art. 19, commi 5 e 6, l. n. 175 del 2016.
La stessa sigla provinciale chiedeva di accertare l'antigiuridicità del lamentato comportamento aziendale in violazione dell'accordo 2014, non disdettato e pertanto pienamente efficace, dichiarando la sussistenza della violazione prevista e punita dall'art. 28 dello Statuto dei lavoratori e di ordinare alla società datrice di lavoro la cessazione immediata dei comportamenti illegittimi aziendali.
A fronte di ciò si costituiva in giudizio la società convenuta chiedendo il rigetto del ricorso.
Il giudice dichiarava infine il rigetto del ricorso non riconoscendo nel comportamento datoriale violazione della libertà sindacale ai sensi dell'art. 28 della l. n. 300 del 1970, motivando in ordine alla legittimità dell'atto datoriale. La questione
Le questioni giuridiche sottese alla presente pronuncia sono strettamente interconnesse tra loro. Il ragionamento del giudice si articola infatti sulla base delle seguenti problematiche: la legittimità del recesso unilateralmente e per fatti concludenti da un contratto collettivo, l'effettiva volontà di liberarsi da tutti gli accordi sindacali anche in assenza di una specifica indicazione dell'accodo del 2014, la verifica della legittimità dell'atto datoriale escludendo la nautra ritorsiva dello stesso o la possibile configurazione dell'abuso di diritto. Le soluzioni giuridiche
Al fine di giungere alla definizione delle questioni giuridiche sopra individuate, il Tribunale ligure prende le mosse affrontando, in primis, il tema della recedibilità unilaterale e per fatti concludenti dai contratti collettivi. A tal fine ne sostiene la legittimità affermando come in giurisprudenza sia ormai ampiamente consolidata la corrente interpretativa per la quale quando i contratti o accordi collettivi di diritto comune non abbiano una scadenza prefissata, ciascuna delle parti può liberamente recederne, citando a sostegno di ciò, tra le altre, Cass. n. 24268 del 2013 ai sensi della quale il contratto collettivo, senza predeterminazione di un termine di efficacia, non può vincolare per sempre tutte le parti contraenti, perché finirebbe in tal caso per vanificarsi la causa e la funzione sociale della contrattazione collettiva, la cui disciplina, da sempre modellata su termini temporali non eccessivamente dilatati, deve parametrarsi su una realtà socio economica in continua evoluzione, sicché a tale contrattazione va estesa la regola, di generale applicazione nei negozi privati, secondo cui il recesso unilaterale rappresenta una causa estintiva ordinaria di qualsiasi rapporto di durata a tempo indeterminato.
Ciò premesso, il Giudice analizza la questione relativa alla necessaria sussistenza di un intento lesivo da parte del datore di lavoro oltre ad un comportamento oggettivamente idoneo alla lesione della libertà sindacale. Ebbene, sul punto, lo stesso richiama il principio espresso dalla Sezioni Unite della Corte di cassazione 12 giugno 1997, n. 5295, ed invocato da parte ricorrente, per cui la condotta antisindacale non richiede mai l'intenzionalità lesiva, sottolineando, tuttavia, come i giudici si fossero riferiti a “condotte non tipizzate e in astratto lecite”, contrapponendole alle “condotte tipizzate perché consistenti nell'illegittimo diniego di prerogative sindacali”. Secondo il ragionamento del Tribunale da quanto affermato dalle Sezioni Unite non si può ricavare la conclusione che condotte legittime possano rilevare come antisindacali. Pertanto, continua il Giudice ligure che nel riferirsi alle condotte antisindacali tipizzate, le Sezioni Unite utilizzano l'espressione “illegittimo diniego di prerogative sindacali”, lasciando intendere che non sia possibile considerare antisindacale il legittimo diniego di queste prerogative. Ecco allora che diviene fondamentale indagare sull'effettiva legittimità dell'atto posto in essere dal datore di lavoro per escludere un possibile abuso di diritto o la sua natura ritorsiva. Per la definizione della prima fattispecie il giudice si rifà allora alla giurisprudenza della Corte di Cassazione ai sensi della quale proprio con riferimento alla condotta antisindacale il comportamento del datore di lavoro lecito oggettivamente ben può presentare i caratteri dell'abuso del diritto esplicitandosi attraverso l'uso abnorme delle relative facoltà ed indirizzandosi a fine diverso da quello tutelato dalla norma, così assumendo carattere di illiceità per contrasto con i principi di correttezza e buona fede i quali assurgono a norma integrativa del contratto di lavoro.
Passando quindi ad analizzare il merito della controversia il Giudice ritiene legittimo il recesso ad nutum dagli accordi sindacali, sottolineando come tale non debba obbligatoriamente rivestire la forma scritta ad substantiam e che quindi la disdetta possa avvenire validamente per fatto concludente. Sostiene inoltre il Tribunale come nell'interpretazione degli atti unilaterali occorre guardare all'intento di chi li pone in essere. Da ciò argomenta il Giudice emerge la chiara volontà datoriale di recedere da tutti gli accordi aventi ad oggetto la turnazione sindacale, ritenendo la tesi sostenuta da parte ricorrente del tutto formale circa il persistere dalla validità dell'accoro del 2014. Infine, sulla base delle premesse in diritto il Giudice ligure passa all'esame della possibile configurazione in termini di abuso del diritto dell'atto di recesso esercitato dalla società datrice di lavoro, sulla base delle allegazioni di parte ricorrente.
Dall'esame delle dichiarazioni rese, in sede di audizione davanti al Consiglio comunale della Spezia da parte dell'amministratore delegato della società il giudice evince una situazione di difficoltà economica dell'azienda e la necessità di operare dei tagli alle spese per cui già in precedenza si era pensato al recesso dai contratti sui turni sindacali, opzione poi superata dalla possibilità di operare misure di risparmi tramite altre forme. Tuttavia, all'esito della bocciatura del referendum il recesso ha costituito un'opzione idonea per risparmiare risorse, rendendo attuale l'abrogazione dei turni sindacali. Ne consegue per il giudice di prima istanza che la decisione di recedere dagli accordi non possa ritenersi adottata esclusivamente con intento di ripicca o ritorsività. Concludendo, in applicazione dei principi emersi in relazione al licenziamento ritorsivo, per cui in conformità alla previsione dell'art. 1345 c.c. la nullità per sviamento della causa tipica presuppone che l'intento di rappresaglia sia stato unico e determinante, il fatto che il recesso sia stato giustificato dalla necessità di ottenere un consistente risparmio esclude di per sé che lo si possa qualificare come ritorsivo e pertanto posto in essere con abuso di diritto.
In ultimo relativamente alla sollevata violazione dell'art. 19, d.lgs. n. 175 del 2016, commi 5 e 6, il giudice osserva come non risulti dedotto che la Società per sopperire alle ore di disponibilità, utilizzasse ore di lavoro straordinario di altri dipendenti. Ne consegue che non appare possibile ricondurre il risparmio che si va realizzando con l'abrogazione dei turni sindacali alla categoria del contenimento degli oneri contrattuali trattandosi, invece, di una misura meramente organizzativa ed efficizzante. Si esce così dal campo di applicazione dell'art. 19, comma 6, d.lgs. n. 175 del 2016, non sussistendo alcun obbligo di tentare la ricezione del provvedimento in accordo sindacale di secondo livello. Osservazioni
Il provvedimento oggetto di esame affronta il problema della possibile configurazione della violazione della libertà sindacale per mezzo di atti o comportamenti in astratto legittimi ma che poi in concreto risultano effettivamente lesivi del bene giuridico tutelato dall'art. 28, St. lav.
Sicuramente il tema affrontato, come ogni provvedimento avente ad oggetto l'accertamento della condotta antisindacale appare particolarmente delicato dovendosi ricercare l'equilibrio tra il diritto ad esercitare la libertà sindacale da parte dei lavoratori ed il diritto del datore di lavoro a perseguire il profitto d'impresa.
Nel caso di specie il Giudice scende nell'analisi della legittimità del comportamento datoriale, in quanto non tipizzato perché consistenti nell'illegittimo diniego di prerogative sindacali, affrontando la possibile configurazione dell'abuso di diritto e dell'atto ritorsivo. Coerentemente, richiamando la giurisprudenza maggioritaria, viene definito come abuso di diritto l'uso di un diritto soggettivo, da parte del suo titolare, pur in assenza di divieti formali, con modalità non necessarie ed irrispettose del dovere di correttezza e buona fede, causando uno sproporzionato ed ingiustificato sacrificio della controparte contrattuale, ed al fine di conseguire risultati diversi ed ulteriori rispetto a quelli per i quali quei poteri o facoltà sono attribuiti.
Ne consegue che nel caso di specie il recesso dagli accordi sindacali relativi alla turnazione mista sindacale persegua quale obbiettivo quello del risparmio di risorse in una situazione di evidente difficoltà economico-finanziaria dell'azienda, non sussistendo uno sviamento del fine per il quale il diritto è previsto dall'ordinamento.
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