Ripartizione trattamento di reversibilità tra coniuge divorziato e coniuge superstite
26 Aprile 2019
Massima
La ripartizione del trattamento di reversibilità tra coniuge divorziato e coniuge superstite, entrambi aventi i requisiti per la relativa pensione, va effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei matrimoni, ponderando ulteriori elementi correlati alla finalità solidaristica dell'istituto, tra i quali la durata delle convivenze prematrimoniali, dovendosi riconoscere alla convivenza “more uxorio” non una semplice valenza correttiva dei risultati derivanti dall'applicazione della durata del rapporto matrimoniale, bensì un distinto ed autonomo rilievo giuridico, ove il coniuge provi stabilità ed effettività della comunione di vita prematrimoniale. Il caso
Tizia è coniugata con Caio dal 17 febbraio 1944 al 14 aprile 1973. Tizia divorzia da Caio ed ottiene un assegno divorzile pari ad euro 77,70. Dal 1973 al 15.2.2015 data di decesso, Caio convive con Sempronia. Nei 48 anni di convivenza sia more uxorio che da coniugata Sempronia condivide la sua vita con Caio assistendolo fino alla morte e prendendosi cura di lui negli ultimi 16 anni di malattia, rinunciando peraltro al proprio lavoro proprio per l'assistenza prestata in costanza di malattia. Alla morte di Caio, Sempronia riceve il trattamento pensionistico di reversibilità. Tizia procede in primo grado ed ottiene dal Tribunale di Perugia una quota pari al 40% del trattamento pensionistico di reversibilità erogato a seguito del decesso del predetto Caio avvenuto in data 15 febbraio 2015, rimanendo residua quota del 60% in capo a Sempronia. Sempronia chiede la riforma della sentenza di primo grado evidenziando la sproporzione tra l'assegno divorzile assegnatogli (euro 77,70) e la quota di pensione di reversibilità (440 euro), lamentando peraltro la mancanza di occupazione e anzi l'aver dovuto scegliere di non essere occupata in un lavoro esterno alla famiglia per poter prendersi cura del marito (Caio) malato per 16 anni. Chiede pertanto che la sentenza sia riformata assegnando a Tizia una quota del 10% del trattamento di reversibilità. Si sottolinea peraltro come Tizia, a dimostrazione del fatto di non aver bisogno di alcun tipo di sostentamento, non abbia mai chiesto un aumento dell'assegno divorzile né una rivalutazione dello stesso. La Corte d'Appello di Perugia riforma parzialmente la sentenza di primo grado assegnando a Sempronia il 70 % della quota di pensione di reversibilità e a Tizia il restante 30%. La Corte motiva la sentenza sottolineandola valenza della convivenza more uxorio a pieno titolo rientrante nel “calcolo” della durata matrimoniale. Pertanto la quota della pensione di reversibilità è computata tenendo conto non solo della durata del matrimonio ma anche della convivenza che ha preceduto l'istituto matrimoniale anche sulla scorta della sentenza della Cass. n.419 del 1999. Motiva altresì la sentenza con i criteri da individuarsi nell'ambito dell'art. 5 della legge sul divorzio (l. n. 898 del 1970) e cioè in relazione alle condizioni economiche e all'entità dell'assegno divorzile. Per quanto riguarda l'aspetto economico, il fatto che l'appellata abbia percepito da sempre un assegno divorzile di pari importo (77,70 euro) senza richiederne mai alcun aumento anche a titolo di rivalutazione, dimostrava il possesso di mezzi adeguati di sostentamento. La questione
La questione in esame è la seguente: secondo quanto previsto dalla legge sul divorzio (l. n.898 del 1970) la pensione spetta di reversibilità spetta all'ex coniuge e al nuovo coniuge pro quota, da stabilirsi, ad opera del Tribunale, sulla base della durata dei due matrimoni, ma anche dello stato di bisogno di ognuno di essi. Occorre in questa sede stabilire una proporzionalità tra la durata dei due matrimoni considerando anche il periodo di convivenza prematrimoniale nell'alveo dell'unione dei coniugi. Nella fattispecie la convivenza tra il defunto e l'ex coniuge ha avuto dura di di 23 anni, mentre il periodo di convivenza more uxorio e post matrimoniale con la coniuge superstite ha avuto durata di 48 anni. Le soluzioni giuridiche
Nel caso di decesso di un lavoratore pensionato, al coniuge spetta la c.d. pensione di reversibilità, ovverosia una prestazione economica calcolata sulla pensione del defunto in una percentuale variabile a seconda che il coniuge superstite ne goda da solo oppure con uno o più figli (qualora questi ultimi siano in possesso dei requisiti a tal fine necessari) e a seconda che goda o meno di altri redditi e, eventualmente, in quale ammontare. Tale prestazione, a determinate condizioni, può spettare anche al coniuge divorziato. Infatti, se all'atto del divorzio il coniuge superstite aveva ottenuto dal giudice il diritto a ricevere una somma di denaro periodica a titolo di assegno divorzile, egli, in caso di decesso dell'ex coniuge, avrà diritto anche alla pensione di reversibilità. Sono necessari due requisiti: che il rapporto di lavoro per il quale il defunto aveva maturato il diritto al trattamento pensionistico sia stato avviato in periodo antecedente alla sentenza di divorzio e che il coniuge superstite non si sia risposato. Il riferimento normativo va rinvenuto nell'art. 9, l. n. 898 del 1970. I requisiti necessari affinché l'ex coniuge possa beneficiare della pensione di reversibilità vanno interpretati in maniera particolarmente stringente, onde evitare un utilizzo improprio di tale strumento di sostentamento. La Cassazione, sollecitata a pronunciarsi su una estensione del diritto, con la sentenza Cass. n. 9660 del 2013, ha specificato che non è sufficiente ad ottenere la pensione di reversibilità il fatto che il coniuge divorziato versi nelle condizioni che avrebbero astrattamente potuto legittimare la titolarità dell'assegno divorzile, qualora quest'ultimo non sia stato, per qualsiasi ragione, riconosciuto giudizialmente. Quando i coniugi superstiti sono due, cioè quando l'ex coniuge defunto contrae nuovo matrimonio, la pensione spetterà all'ex coniuge e al nuovo coniuge pro quota, da stabilirsi, ad opera del Tribunale, soprattutto sulla base della durata dei due matrimoni, ma anche dellostato di bisogno di ognuno di essi. Recenti orientamenti ritengono rilevante anche la durata della convivenza prematrimoniale. Le sentenze di Cassazione (Cass. 7 dicembre 2011, n. 26358 e Cass., n. 10391 del 2012) sanciscono chiaramente la valenza della vita prematrimoniale nel computo della proporzione come stabilito dalla l. n. 898 del 1970. La giurisprudenza è stata sempre attenta nel collocare la convivenza more uxorio nell'alveo della convivenza matrimoniale. Osservazioni
L'art. 9, l. n. 898 del 1970, non esprime in termini propriamente matematici la percentuale con la quale suddividere tra l'ex coniuge ed il coniuge superstite l'assegno del trattamento pensionistico di reversibilità limitandosi ad affermare che “Qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell'assegno di cui allo art. 5, l. n. 898 del 1970. Se in tale condizione si trovano più persone, il tribunale provvede a ripartire fra tutti la pensione e gli altri assegni, nonché a ripartire tra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze. La sentenza di appello sembra aver calcolato in modo corretto le percentuali in base alla convivenza (matrimoniale e prematrimoniale) sia dell'ex coniuge che del coniuge superstite. L'avvocato dell'appellante aveva richiesto una maggiore quota probabilmente per l'assistenza che la coniuge superstite ha dovuto prestare in costanza di malattia del coniuge. Tali considerazini non hanno avuto rilievo in quanto il pensionato deceduto per parte della sua malattia è stato ricoverato in Istituto di Cura in quanto le sue condizioni erano non gestibili in casa. |