La prova del danno non patrimoniale nel procedimento per la perdita di uno stretto congiunto

16 Gennaio 2019

In tema di risarcimento del danno da perdita di uno stretto congiunto, la prova del danno, che grava sul danneggiato, può essere data anche per presunzioni. Nel procedimento presuntivo ex art. 2727, c.c., l'evento infausto costituisce fatto noto dal quale il giudice può desumere la circostanza che i familiari stretti dello scomparso, in quanto per sempre privati della presenza del congiunto e del rapporto interpersonale, abbiano patito una sofferenza interiore tale da alterare la loro vita di relazione...
Massima

In tema di risarcimento del danno da perdita di uno stretto congiunto, la prova del danno, che grava sul danneggiato, può essere data anche per presunzioni.

Nel procedimento presuntivo ex art. 2727, c.c., l'evento infausto costituisce fatto noto dal quale il giudice può desumere la circostanza che i familiari stretti dello scomparso, in quanto per sempre privati della presenza del congiunto e del rapporto interpersonale, abbiano patito una sofferenza interiore tale da alterare la loro vita di relazione.

Si trasferisce così sul danneggiante la prova dell'inesistenza di tale pregiudizio, che, nel caso di famiglia “stretta”, non può trarsi dalla mera mancanza di convivenza.

Questa può incidere solo sulla misura del risarcimento, rispetto a quello spettante secondo gli ordinari criteri, tenuto conto di ogni altro elemento utile.

Anche la lontananza non è una circostanza da sé idonea a far presumere l'indifferenza dei familiari stretti alla morte del congiunto, trattandosi di elemento neutro, interpretabile anche in senso opposto.

Il caso

Gli eredi di un operaio deceduto per infortunio sul lavoro convenivano in giudizio il datore per chiedere il risarcimento del danno morale ed esistenziale subìto in conseguenza del decesso.

Il Tribunale respingeva la domanda e la decisione era confermata dalla Corte d'appello, sul rilievo che il danno da perdita parentale non fosse un danno in re ipsa, ma richiedesse precise allegazioni e prove, nella specie tutte mancate; si rilevava, al riguardo, che tra i ricorrenti (residenti in Tunisia) e il congiunto (morto in Italia) non c'era più alcuna convivenza, ma una lontananza protrattasi per anni senza alcun tipo di contatto, perciò significativa del venir meno di qualsiasi legame affettivo.

Avverso la decisione d'appello i congiunti hanno proposto ricorso per cassazione, con quattro motivi di gravame:

  1. il giudice di merito avrebbe dovuto ritenere raggiunta per presunzioni la prova del danno non patrimoniale, attribuendo rilevanza come fatti notori al legame affettivo e alla sofferenza per la scomparsa del congiunto, secondo l'id quod plerumque accidit;
  2. la liquidazione del danno non patrimoniale non rispettava i criteri delle tabelle di Milano;
  3. essi avevano allegato a fondamento della richiesta di ristoro la sussistenza di un legame forte con lo scomparso, ritenuto, in un contesto di emigrazione, fonte di vanto e orgoglio per aver lasciato la terra d'origine alla ricerca di una vita migliore;
  4. la Corte territoriale, riconosciuta l'esistenza di un danno parentale, si era contraddittoriamente astenuta dal quantificarlo.
Le questioni

Questi gli aspetti di interesse affrontati dalla S.C. con l'ordinanza in commento:

  1. se il danno da perdita del rapporto parentale abbia un autonomo rilievo nel genus del danno non patrimoniale;
  2. quale sia lo standard probatorio necessario per provarne la sussistenza;
  3. su chi incomba l'onus probandi;
  4. se il danno possa dirsi sussistente in assenza di convivenza con il parente stretto deceduto.

Le soluzioni giuridiche

Al primo quesito la S.C. ha dato risposta negativa, secondo il consolidata indirizzo inaugurato dalle c.d. sentenze “gemelle” dell'11 novembre 2008 a SS.UU., per cui il danno non patrimoniale ex art. 2059, c.c., identificandosi con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti alla persona, costituisce categoria unitaria non suscettiva di suddivisione in sottocategorie.

Il riferimento a taluni tipi di danno, in vario modo denominati (morale, biologico, da perdita del rapporto parentale), risponde a mere esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte species; e la liquidazione unitaria del danno non patrimoniale così inteso comporta l'attribuzione al danneggiato di una somma onnicomprensiva, che ristora sia il pathos interiore che il peggioramento della sua vita di relazione.

Natura unitaria” significa che non v'è diversità nell'accertamento e nella liquidazione del danno causato dalla lesione di un diritto costituzionalmente protetto, sia esso reputazione, libertà religiosa o sessuale o rapporto parentale; “natura onnicomprensiva” significa invece che, nella liquidazione di qualsiasi pregiudizio non patrimoniale, il giudice deve tener conto di tutte le conseguenze derivate dal danno-evento, con il limite dì evitare duplicazioni risarcitorie attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici.

Un particolare profilo del danno non patrimoniale è costituito dal danno da perdita del rapporto parentale, che va oltre il dolore che la morte di una persona cara provoca nei congiunti e si identifica col vuoto costituito dal non poter più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno, nonché con l'alterazione che la scomparsa genera anche nelle relazioni tra superstiti.

La prova del danno da perdita di uno stretto congiunto può essere data anche a mezzo di presunzioni, che non costituiscono un mezzo probatorio di rango secondario nella gerarchia delle prove, ma valgono a facilitare l'assolvimento dell'onus probandi da parte di chi ne è gravato, trasferendo sulla controparte l'onere della prova contraria.

Così individuato lo standard probatorio richiesto sul tema specifico, la Corte afferma che solo quando si faccia valere la lesione del rapporto parentale di soggetti estranei alla famiglia nucleare (es. nonni, nipoti, genero, nuora) sia necessario il requisito della convivenza, quale segno minimo rivelatore dell'intimità di rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico.

Dunque la morte di uno stretto congiunto costituisce di per sé un fatto noto dal quale il giudice può desumere, ex art. 2727. c.c., che i familiari stretti dello scomparso, per esser stati privati di un valore personale, dato dal godimento della presenza del congiunto, e aver subìto la perdita definitiva della relazione interpersonale, hanno patito una sofferenza interiore tale da determinare un peggioramento della loro vita di relazione.

Ne consegue che si trasferisce sul danneggiante la prova dell'inesistenza di detto pregiudizio, che, comunque, secondo la S.C., nella famiglia nucleare non può derivare dall'assenza di convivenza tra i componenti, in quanto il danno, presunto proprio in forza dello stretto legame parentale e per le indubbie sofferenze patite dai parenti, prescinde già in sé dalla convivenza.

L'assenza di convivenza potrà rilevare al solo fine di ridurre il risarcimento rispetto a quello spettante in base agli ordinari criteri, tenuto conto di ogni altro elemento utile (consistenza del nucleo familiare, abitudini di vita, età della vittima e dei singoli superstiti, ecc.).

Anche la lontananza non è una circostanza da sé idonea a far presumere l'indifferenza dei familiari - madre, padre, fratelli - alla morte del congiunto -figlio, fratello- trattandosi di elemento “neutro”, in quanto interpretabile anche quale rafforzativo dei vincoli affettivi, nella misura in cui la mancanza della persona cara acuisca il desiderio di vederla.

È il convenuto che deve dedurre e provare l'esistenza di circostanze serie, specifiche e non meramente ipotetiche, dimostrative dell'assenza di un concreto legame affettivo tra vittima e superstite appartenenti alla famiglia nucleare.

Sulla scorta di ciò, la S.C. ha accolto il ricorso, affermando che non spettava ai ricorrenti (madre e fratelli della vittima) provare di avere sofferto per la morte del rispettivo figlio e fratello, ma sarebbe stato onere dei convenuti provare a mezzo di precise e concordanti circostanze che, nonostante la parentela “stretta”, la morte del congiunto lasciò indifferente i superstiti.

Osservazioni

Il diritto al risarcimento del danno da perdita parentale costituisce tema dibattuto negli ultimi anni.

Rientra tra i danni non patrimoniali evocati dall'art. 2059, c.c., risarcibili nei soli casi "previsti dalla legge", e cioè, secondo un'interpretazione costituzionalmente orientata, quando:

  1. il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato;
  2. ricorra una delle fattispecie in cui la legge espressamente consente il ristoro del danno non patrimoniale anche in assenza di reato;
  3. il fatto illecito abbia leso in modo grave diritti inviolabili della persona, oggetto di tutela costituzionale.

Può definirsi come danno da perdita di un prossimo congiunto che determina un profondo mutamento delle condizioni di vita del familiare, il quale, a seguito di siffatto evento, non è più in grado di godere della sua presenza e del legame affettivo esistente fino a quel momento.

La risarcibilità di tale danno costituisce il rifesso del riconoscimento della famiglia quale formazione sociale garantita non solo dagli artt.2,29 e 30 della Costituzione, ma anche dall'art. 8 della Convenzione Europea dei diritti.

La morte di un prossimo congiunto può causare nei superstiti, oltre al danno da perdita parentale, anche un danno biologico vero e proprio, in presenza di una effettiva compromissione dello stato di salute psico-fisica di chi lo invoca; l'uno e l'altro devono essere oggetto di separata considerazione come elementi del danno non patrimoniale, ma nondimeno suscettibili di una liquidazione unitaria, per il principio della "onnicomprensività" (cfr. tra le diverse Cass., sez. III, 19 ottobre 2015, n. 21084).

Essendo un danno derivante da fatto illecito, grava sul danneggiato l'onere della prova di fatto, danno e nesso di causalità.

Per la pronuncia in commento, quando la perdita riguarda un parente stretto (genitore, figlio o fratello) o il coniuge, la prova del danno è presuntiva, ai sensi dell'art. 2727, c.c., non richiedendosi la convivenza né rilevando la lontananza tra defunto e superstiti (v. anche Cass., sez. VI-3, ord. 15 febbraio 2018, n. 3767).

In tale ipotesi spetta al danneggiante allegare e provare specifici fatti idonei a escludere l'esistenza in concreto del legame affettivo tra parenti stretti, sì da non potersi dire realizzata quell'irreversibile lesione di un sistema di vita basato sull'affettività, sulla condivisione e sulla quotidianità dei rapporti, che costituisce il bene giuridico oggetto di tutela.

Altri arresti pure recenti della S.C. ritengono invece che il danno da perdita del rapporto parentale, quale tipico danno-conseguenza, non coincida con la lesione dell'interesse (ovvero non sia in “re ipsa”) e, pertanto, debba essere allegato e provato da chi chiede il risarcimento sulla base di elementi obbiettivi e non di mere enunciazioni vaghe e astratte, mentre l'intensità del vincolo familiare e la situazione di convivenza rilevano solo ai fini della liquidazione equitativa (così Cass., sez. III, ord. 17 gennaio 2018, n. 907).

La sussistenza di un effettivo rapporto di convivenza è, invece, unanimemente ritenuta necessaria per la risarcibilità del danno da perdita parentale subìto da familiari non stretti (quali nonni, nipoti, genero o nuora), come connotato minimo attraverso cui si rivela l'intimità di relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, assumendo piena rilevanza giuridica il collegamento tra “danneggiato primario” e “secondario”, estranei alla medesima famiglia nucleare (così Cass., sez. III, 16 marzo 2012, n. 4253).

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