Anche gli aggravamenti di un infortunio successivi al decennio vanno riconosciuti

13 Febbraio 2018

Il termine per l'esercizio del diritto alla revisione della rendita Inail stabilito dall'art. 83 D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, si riferisce esclusivamente all'eventuale aggravamento ed alla consequenziale inabilità derivante dalla naturale evoluzione dell'originario stato morboso, mentre, allorché il maggior grado di inabilità dipenda da una concausa sopravvenuta, sempre necessariamente originata dalla lesione generata dallo stesso infortunio, deve trovare applicazione la disciplina dettata dall'art. 80 del citato decreto.
Massima

Il termine per l'esercizio del diritto alla revisione della rendita Inail stabilito dall'art. 83 D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, si riferisce esclusivamente all'eventuale aggravamento ed alla consequenziale inabilità derivante dalla naturale evoluzione dell'originario stato morboso, mentre, allorché il maggior grado di inabilità dipenda da una concausa sopravvenuta, sempre necessariamente originata dalla lesione generata dallo stesso infortunio, deve trovare applicazione la disciplina dettata dall'art. 80 del citato decreto.

Il caso

Un lavoratore subisce il 23 dicembre 1944 infortunio sul lavoro al ginocchio destro, per il quale l'Inail gli riconosce una rendita dell'11%.

A causa di complicanze degli esiti dell'infortunio, il lavoratore viene sottoposto a 18 successivi interventi chirurgici e da ultimo, nel maggio 2010, ad amputazione della coscia destra.

L'Inail gli riconosce, in sede amministrativa, un aggravamento del 27% a decorrere dal 1° agosto 2007, tredici anni dopo l'infortunio. In sede di merito, il primo giudice gli riconosce un aggravamento del 40% a decorrere dal 1° febbraio 2007, del 50% dal 1° gennaio 2008 e del 70% dal 1° aprile 2010.

Il giudice d'appello ha confermato l'aggravamento con la decorrenza non contestata dall'Inail, elevandone però la misura al 50% dal 1° gennaio 2008, secondo le valutazioni del ctu; ha riformato, annullandolo, l'aggravamento del 70% in quanto successivo al decennio di stabilizzazione dei postumi.

La questione

È possibile rivalutare la rendita a carico dell'Inali a favore di lavoratore a seguito di complicanze degli esiti dell'infortunio avvenuto molti anni prima?

Le soluzioni giuridiche

La posizione dell'Inail e della Corte d'appello è basata sul disposto dell'art. 83 del D.P.R. n. 1124/1965, il quale dispone che l'istituto assicuratore deve indennizzare non solo gli esiti immediati dell'infortunio, ma anche gli aggravamenti successivi, con il limite però di un decennio dalla data dell'infortunio. La misura della rendita può subire modifiche incrementative o riduttive a seconda che la evoluzione della patologia comporti diminuzione o aumento dell'attitudine al lavoro. La rendita può essere anche soppressa nel caso di recupero dell'attitudine al lavoro al di sotto del limite indennizzabile. Scaduto il decennio la rendita si consolida nella misura dovuta a quel momento, quali che possano essere gli aggravamenti successivi, i quali non hanno pertanto nessuna rilevanza giuridica e nessun corrispondente sostegno sociale.

Questa regola trova fondamento nella osservazione probabilistica della scienza medica che nella maggior parte dei casi le patologie da infortunio si stabilizzano in un decennio.

Analoga regola l'art. 137 dispone per le malattie professionali, per le quali però il periodo di stabilizzazione dei postumi è fissato in 15 anni dalla costituzione della rendita, in relazione alle modalità di azione della causa lenta nelle malattie professionali.

Questo principio di stabilizzazione dei postumi, che limita la tutela nel tempo degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, è stato naturalmente sottoposto al vaglio della Corte costituzionale (Trib. Pistoia, ord. 21 maggio 1969), con gli stessi argomenti di oggi: l'art. 38 Cost. non è osservato se i termini di revisione (nell'ordinanza erroneamente ritenuti di inammissibilità o di prescrizione) vengano fatti decorrere dalla data dell'infortunio o della costituzione della rendita, anziché da quella dell'aggravamento, che costituisce insieme l'oggetto dell'evoluzione soggetta a stabilizzazione ed il momento in cui il diritto alla revisione della rendita sorge.

La Corte ha risposto nel lontano 1971 (Corte cost. 26 aprile 1971, n. 80) affermando la legittimità del principio di stabilizzazione dei postumi, con la motivazione che tale regola, implicita nei commi 6 e 7 dell'art. 83, ed enunciata nel comma 6 dell'art. 137, seppure basata sull'id quod plerumque accidit, non è arbitraria o ingiusta, ma ubbidisce a un criterio razionale e rientra nei modi legittimi di esercizio della funzione legislativa; dà certezza al sistema e si risolve in un vantaggio per lo stesso lavoratore, messo al riparo da variazioni al ribasso o addirittura dalla revoca della rendita per miglioramento oltre un certo limite temporale.

Eppure il caso era ben più angosciante di quello sottoposto al vaglio di Corte cost. n. 46/2010 (di cui al par. successivo) e di gravità simile a quello che ha dato impulso alla decisione in commento: si trattava di un lavoratore che a causa di un ictus cerebrale con emiparesi, sopravvenuto oltre il decennio dall'infortunio, ed a questo causalmente collegato, era divenuto totalmente inabile.

Questa consacrazione del principio di stabilizzazione dei postumi da parte della Corte costituzionale, in un caso così meritevole di tutela, ribadita nel 1991 (Corte cost. 18 luglio 1991, n. 358), ha pesato e vincolato il successivo dibattito dogmatico, anche quando si è affermata una sensibilità del tutto nuova sul tema.

Infatti cinquanta anni dopo la prima sentenza del 1971, è stato portato davanti alla Corte il seguente caso: un lavoratore, titolare di rendita per ipoacusia, continua a lavorare nelle stesse condizioni di rischio acustico, riportando un aggravamento dopo lo scadere del quindicennio di stabilizzazione dei postumi.

Questa volta la Corte, con una sensibilità molto diversa da quella del 1971, ha riconosciuto l'esigenza di giustizia sottesa alla ordinanza di rimessione, l'ha respinta con una sentenza interpretativa di rigetto (Corte cost. 12 febbraio 2010, n. 46) con cui si è fatta carico del problema, e lo ha risolto sussumendolo non nell'ambito dell'art. 137 denunciato dal giudice remittente, bensì dell'art. 80, che consente la unificazione della rendita costituita con i postumi di nuovi infortuni. Al fine di salvare il principio della stabilizzazione dei postumi, ha distinto tra la noxa originaria che aveva dato causa alla rendita, e la noxa successiva al quindicennio, che dà luogo a una nuova inabilità, ed eventualmente ad una nuova misura della rendita.

In tal modo però la Corte ha comunque aperto una breccia nel principio di stabilizzazione dei postumi, che impediva l'esito raggiunto con la sentenza stessa.

Il dictum della Corte costituzionale va ovviamente salutato con favore, perché colma un vuoto di tutela.

La nuova possibilità offerta appare coerente con lo spirito originario del T.U. 1124/1965 prima e D.Lgs. n. 38/2000 ora, che prevedono la valutazione unitaria, senza limiti temporali, dei postumi singolarmente inferiori al minimo indennizzabile, mostrando così di voler tutelare senza limiti di tempo l'intera vita lavorativa dell'assicurato. Per tale motivo la nuova malattia va unificata anche con precedenti postumi stabilizzati inferiori al minimo indennizzabile o liquidati in capitale, s'intende per eventi tutti sotto il regime del D.Lgs. n. 38/2000 (Circolare Inail, 24 febbraio 2015, n. 32).

Tuttavia la via seguita dalla Corte è stata criticata della dottrina, secondo la quale la via maestra avrebbe dovuto essere dichiarare la illegittimità costituzionale dell'art. 137 nella parte in cui consente la decorrenza del periodo di osservazione prima della cessazione del rischio, oppure consentire la prova dell'aggravamento oltre la scadenza dei termini revisionali.

Portato il nostro lavoratore con la gamba amputata davanti alla Corte di legittimità, questa, con la sentenza 17 gennaio 2018 n. 1048, ha ritenuto iniquo l'esito del giudizio di merito, che lasciava il lavoratore, in così pesanti condizioni di aggravamento, privo di protezione sociale adeguata.

Ma qual è il criterio con cui il giudice dice cosa è giusto o ingiusto nel caso concreto? Che lo motiva a plasmare l'ordinamento in una determinata direzione?

Risponde la Corte: la conformità alla nostra Carta costituzionale, nella specie l'art. 38, secondo cui «al lavoratore infortunato devono essere assicurati mezzi adeguati alle esigenze di vita, senza altre condizioni»; nonché la necessità di trovare la soluzione di giustizia nel sistema “nel suo complesso”.

Stabilito, in base a tali criteri, che il caso doveva trovare adeguata protezione, secondo i principi costituzionali, la Corte si è trovata vincolata, nella ricostruzione sistematica nel cui ambito giustificare con le norme del diritto positivo la tutela dovuta secondo giustizia, sia dalle lontane sentenze del 1971 e 1991 sul principio di stabilizzazione dei postumi, sia da Corte cost. n. 46/2010, sia dai propri precedenti, Cass. sez. lav. 9 marzo 2011, nn. 5548, 5549 e 5550 (le ultime due non massimate), e quello recentissimo di Cass. sez. lav. 9 agosto 2017 n. 19784, che hanno recepito la ricostruzione dommatica di Corte cost. n. 46/2010.

Ha così distinto tra naturale evoluzione della patologia derivante dalla noxa originaria dell'infortunio, cui solamente si applica il principio di stabilizzazione dei postumi, ed aggravamenti derivanti dalle concause sopravvenute, che ne sarebbero fuori, e che vanno prese in carico dal sistema di tutela (“nel suo complesso”) nell'ambito dell'art. 80, anche dopo lo scadere dei termini di revisione decennali, ed unificati ai postumi anteriori il decennio, sì da portare ad una valutazione complessiva della lesione cumulata di tutti gli aggravamenti dell'infortunio, ante e post decennio.

Ha enunciato la seguente massima ufficiale: «Il termine per l'esercizio del diritto alla revisione della rendita Inail stabilito dall'art. 83 D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, si riferisce esclusivamente all'eventuale aggravamento ed alla consequenziale inabilità derivante dalla naturale evoluzione dell'originario stato morboso, mentre, allorché il maggior grado di inabilità dipenda da una concausa sopravvenuta, sempre necessariamente originata dalla lesione generata dallo stesso infortunio, deve trovare applicazione la disciplina dettata dall'art. 80 del citato decreto».

Osservazioni

Enorme è l'importanza pratica di questa pronuncia, che porta a compimento l'opera iniziata dalla Corte costituzionale con Corte cost. n. 46/2010, e sigilla nel nostro ordinamento previdenziale il principio di diritto che tutti gli aggravamenti, sia per le malattie professionali, sia per gli infortuni sul lavoro, devono trovare rilievo giuridico e adeguata protezione sociale, anche dopo lo scadere dei termini di revisione.

Non ci sembra azzardato affermare che essa costituisce una delle tappe più importanti negli ultimi anni di quel processo evolutivo, sia della giurisprudenza costituzionale che di legittimità (più volte indicato ed illustrato in motivazione come linea guida della pronuncia) che ha plasmato il sistema di tutela per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali in termini profondamente diversi e più comprensivi rispetto alle origini, pur conservandone le stesse formule testuali, ora reinterpretate in senso costituzionalmente orientato.

È facile misurare la distanza culturale tra le prime sentenze sul tema e quelle odierne. Solo che questa maturazione di sensibilità, che fa onore alle Alte Corti, dovrebbe comportare una riflessione e dei dubbi sulla validità attuale di quei capisaldi normativi che erano deputati ad impedire gli esiti odierni, e che tale funzione più non svolgono, almeno nei casi esaminati.

In verità, a nostro sommesso avviso, proprio la norma dell'art. 83, comma 8, sopra richiamata, disvela la volontà del legislatore del 1965 di tutelare l'intera vita del lavoratore, sicché gli esiti perversi del principio di stabilizzazione dei postumi ci sembrano dovuti più a un difetto di previsione della futura casistica che ad una consapevole volontà di quel legislatore di impedire la tutela degli aggravamenti che avvenissero in via di eccezione alla regola probabilistica della “maggior parte dei casi”.

Le perplessità derivano, ancor più che per la sentenza Corte cost. n. 46/2010, per la via sistematica seguita.

La sentenza non parla, pudicamente, di nuovo infortunio; lo fanno i primi commentatori, estrapolando il richiamo che la sentenza fa all'art. 80; e questa denominazione, in perfetto parallelismo con la nuova malattia, costituisce la cartina di tornasole della insostenibilità della ricostruzione dogmatica, perché all'interprete non è consentito denominare e disciplinare come nuovo infortunio quello che la legge chiama e disciplina come aggravamento.

Le concause sopravvenute, essendo collegate causalmente all'infortunio, sono interne ad esso, ne costituiscono comunque uno sviluppo eventuale, e soggiacciono al relativo regime indennitario.

Per altro verso, la soluzione adottata, non ponendo alcun termine di revisione per le concause sopravvenute, sottrae le relative patologie al principio di stabilizzazione dei postumi, il che ci sembra contraddittorio con il principio affermato della inerenza del consolidamento alla specifica patologia.

A nostro sommesso avviso, è possibile risolvere l'empasse solo in due modi: a) o, come suggerito già dal 1969, inquadrando il problema nei principi generali sul momento di decorrenza delle preclusioni di vario genere del diritto che si intende far valere, e così intendendo, in via di mera interpretazione estensiva dell'art. 83, per infortunio sia l'evento originario, sia i singoli eventi che ne costituiscono concausa sopravvenuta, e collocando l'inizio del termine revisionale da ciascun evento, che necessita anche esso di un periodo di consolidamento decorrente dalla causa che vi ha dato origine; b) e comunque restituendo il principio di stabilizzazione dei postumi al suo fondamento probabilistico medico-legale “nella maggior parte dei casi” e dimostrando che il caso specifico esula da questa regola meramente probabilistica.

Perplessità nascono anche in sede applicativa del principio enunciato.

Come si è visto, l'infortunio è del 23 dicembre 1994, sotto il regime del T.U. 1124/1965, e l'ultimo aggravamento decorre dal 1 aprile 2010, sotto il regime del D.Lgs. n. 38/2000; se si dovesse considerare l'amputazione della gamba come nuovo infortunio, si dovrebbe applicare il divieto dell'art. 13, comma 6, D.Lgs. n. 38/2000, per il quale «Quando per le conseguenze degli infortuni o delle malattie professionali verificatisi o denunciate prima della data di entrata in vigore del decreto ministeriale di cui al comma 3 (cioè prima del 9 agosto 2000) l'assicurato percepisca una rendita o sia stato liquidato in capitale ai sensi del testo unico, il grado di menomazione conseguente al nuovo infortunio o alla nuova malattia professionale viene valutato senza tenere conto delle preesistenze. In tale caso, l'assicurato continuerà a percepire l'eventuale rendita corrisposta in conseguenza di infortuni o malattie professionali verificatisi o denunciate prima della data sopra indicata».

Il giudice del rinvio si deve attenere al principio di diritto enunciato nella sentenza rescindente (art. 384, comma 2, c.p.c.; cfr. ex plurimis, da ultimo, Cass. 6 luglio 2017, n. 16660); se dà prevalenza al richiamo all'art. 80, dovrebbe unificare vecchio e “nuovo infortunio” in unica rendita secondo i criteri e sotto il regime del T.U. 1124/1965; se dà prevalenza al carattere di nuovo infortunio, accaduto sotto il regime del D.Lgs. n. 38/2000, dovrebbe applicare il relativo regime, cristallizzare la vecchia rendita al decennio, e liquidare il danno biologico e patrimoniale ai sensi del D.Lgs. n. 38/2000, cumulando tutti gli aggravamenti verificatesi sotto il suo regime in una nuova rendita.

A fronte di queste discrasie, il nostro sommesso auspicio è che le Alte Corti, con lo stesso coraggio, umiltà, sensibilità ai valori costituzionali gradualmente penetrati nel corso degli anni nella nostra cultura giuridica, ed in coerenza con la maggiore enfasi assunta dal tema del danno alla persona, anche in ambito civilistico, con il loro precipuo concorso (che si è riflesso anche sul sistema dell' assicurazione obbligatoria contro gli infortuni, con il mutamento dell'oggetto stesso della tutela, dalla capacità di lavoro alla lesione della integrità psicofisica), applichino la stessa metodologia (il riferimento è al clamoroso e paradigmatico revirement di Corte cost. n. 179/1988 sulla presunzione tabellare, dopo ben otto provvedimenti di rigetto o inammissibilità di innumerevoli ordinanze di rimessione; ma si possono citare tanti casi in cui le Alte Corti hanno rivisto nel tempo precedenti posizioni ormai datate e non più corrispondenti alla maturazione della cultura giuridica, senza che ciò desti scandalo, ed anzi plauso)

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al principio di stabilizzazione di postumi, degradandolo da presunzione assoluta a presunzione semplice; ed insieme, seguendo le antiche istanze ed il principio di diritto affermato da Cass. sez. lav. n. 1048/2018 in commento, facciano decorrere il termine decennale di revisione dall'insorgere della patologia del cui consolidamento si tratta.

Guida all'approfondimento

G. Cardinale Ciccotti, Validità dei termini revisionali della rendita infortunistica; Servello, nota a C. cost. 358/ 1991, in Dir. prat. lav., 1991, 40, 2633;

A. Ossicini, A. Miccio, Aggravamento o nuova malattia di una stessa patologia: una interpretazione suggestiva della Corte costituzionale per superare i limiti posti dal'art. 137 t.u. 1124/65, in Medicocompetente.it;

A. De Matteis, Nuova malattia e prescrizione, in Riv.inf.mal.prof. 2013, 7, e, dello stesso Autore, La circolare Inail 21 gennaio 2014 n. 5 sulla nuova malattia, ivi, 2014, 275;

A. Ossicini, Da “Nuova malattia” a “Nuovo infortunio”: la Cassazione sentenza 1048/2018 applica il principio sancito dalla sentenza della Corte costituzionale 46/2010 anche all'evento infortunio, in preventionandresearch.com;

A. De Matteis, Infortuni sul lavoro e malattie professionali, Giuffrè, 2016, 29;

M. Rossetti, Il danno da lesione della salute, 2001, ult.ed. 2017.

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