Appalto di servizi tra società di una rete di imprese: come stabilire se l’appalto è legittimo

01 Aprile 2025

Con la presente sentenza, il Tribunale di Roma ha ritenuto che la sussistenza di un valido contratto di rete di imprese tra due società che hanno sottoscritto un contratto d’appalto di servizi, legittimi le possibili “intromissioni” nonché la temporanea commistione di personale tra le stesse, purché i soggetti imprenditoriali coinvolti in tale organizzazione complessa (e in particolare l’appaltatrice) mantengano la propria autonomia ed identità. In particolare, nel caso di specie, il giudice ha escluso il carattere fittizio dell’appalto di servizi intercorrente fra le due società e ha ritenuto che la costituzione di una società con capitale integralmente controllato dalla costituente, l’esternalizzazione alla stessa di taluni servizi e la stipula di un contratto di rete di imprese per la gestione in comune di determinate attività, costituiscano tutti strumenti di manifestazione della libertà di iniziativa economica privata, tutelata dall’art. 41 della Costituzione.

Massima

L’esistenza di un valido contratto di rete di imprese tra due società che hanno sottoscritto un contratto d’appalto di servizi, legittima i possibili condizionamenti nonché la temporanea commistione di personale tra le stesse, purché i soggetti imprenditoriali coinvolti in tale organizzazione complessa (ed in particolare l’appaltatrice) mantengano la propria autonomia ed identità. Infatti, in forza del contratto di rete, alcune attività vengono gestite in comune, giustificando la condivisione, da parte della committente e della appaltatrice, di una medesima direzione e di medesimi uffici, stante l’impegno delle stesse nell’esecuzione della medesima opera.

Il caso

Nel caso che ci occupa alcuni lavoratori, ceduti in occasione di un trasferimento di ramo d’azienda, si rivolgevano al Tribunale di Roma chiedendo di accertare che la società cedente (un’importante società di telecomunicazioni) avesse violato la normativa vigente in materia di appalto di manodopera e, di conseguenza, domandando di condannarla alla costituzione con i ricorrenti di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

In particolare, la società di telecomunicazioni, alcuni anni prima del verificarsi dei fatti per cui è causa, aveva ceduto un proprio ramo d’azienda, realizzando una nuova società con capitale integralmente controllato dalla costituente, e aveva contestualmente stipulato un contratto d’appalto di servizi con tale “nuova” società.

In aggiunta, tra le due imprese (quella cedente e quella nata dalla cessione del ramo d’azienda) intercorreva (ed intercorre) un valido e legittimo contratto di rete di imprese, finalizzato ad accrescere la rispettiva capacità innovativa e la competitività sul mercato.

I ricorrenti fondavano la loro pretesa sull’assunto che la natura non genuina del contratto d’appalto emergesse in modo evidente dalle pattuizioni relative alla remunerazione e dal fatto che in concreto i lavoratori dell’appaltatrice avessero continuato a ricevere le direttive di lavoro da parte dei superiori incardinati presso la società committente.

Il Tribunale, sulla base di un’attenta motivazione sulla quale ci si soffermerà in seguito, ha rigettato le domande del gruppo di dipendenti, confermando la genuinità dell’appalto, l’autonomia dell’appaltatrice e la correttezza delle operazioni realizzate dalle società.

Le soluzioni giuridiche

Nel dirimere il caso, il Tribunale di Roma - dopo aver premesso l’esistenza di un valido e legittimo contratto di rete di imprese fra le società coinvolte ed in conformità con una recente sentenza della Corte d’appello di Roma (App. Roma, 24 maggio 24, n.1419) - prende le mosse dall’analisi della vicenda sottesa alla presente causa ossia la cessione di ramo d’azienda, la creazione di una società con capitale integralmente controllato dalla costituente e la contestuale stipula di un contratto d’appalto di servizi tra le due società. Il giudice osserva correttamente che, sebbene l’oggetto del giudizio sia costituito dalla presunta fittizietà del contratto di appalto, la correttezza della cessione di ramo d’azienda (tra l’altro affermata a più riprese dalla Corte d’Appello di Roma con riferimento al caso in esame) influisce anche sulla ricostruzione in termini di mera intermediazione di manodopera, e non già di genuino contratto d’appalto di servizi, dei rapporti intercorsi tra le due società che devono, invece, ad avviso del giudice, essere considerati come soggetti pienamente autonomi fra loro.

In particolare, la sentenza si sofferma analiticamente sugli elementi che, a detta dei ricorrenti, determinerebbero la strumentalità del contratto d’appalto, ovvero:

  1. le pattuizioni relative alla remunerazione dell’appaltatore;
  2. le direttive che i lavoratori sostengono di continuare a ricevere dalla società committente.

Il tribunale esamina e definisce celermente il primo aspetto, ritenendo che, al contrario di quanto sostenuto dall’appellante, la pattuizione preveda un’effettiva remunerazione per l’attività svolta dall’appaltatore.

Dedica, invece, maggiore attenzione al secondo profilo. Il passaggio essenziale per comprendere la vicenda e stabilire la genuinità dell’appalto, a detta del giudice, consiste nel verificare se le “intromissioni” della società committente, laddove esistenti, siano incompatibili con l’autonomia della società appaltatrice (e, dunque, dell’unità oggetto di cessione), ovvero siano una mera conseguenza della circostanza che la titolarità dei contratti con il cliente finale rimaneva in capo al committente il quale “dovendo rispondere del buon esito del servizio, indirizzava l’attività della società neocostituita e del suo personale conformemente alle esigenze della committenza”.

In altre parole, oggetto della verifica deve essere proprio il grado di autonomia mantenuto dalla società appaltatrice nello svolgere il servizio commissionato. Nel caso di specie, il Tribunale, sulla base degli elementi raccolti, esclude che la società committente abbia mantenuto il medesimo ruolo direttivo e organizzativo nei confronti del personale della società appaltatrice, ritenendo che lo stesso non ricevesse da parte della committente direttive, indicazioni o ordini di servizio vincolanti.

A completamento del proprio ragionamento, la sentenza prosegue con l’analisi delle ipotesi, effettivamente esistenti, in cui, in relazione ad alcuni progetti, si generava una temporanea commistione di personale tra le due società. Tuttavia, tale commistione trova fondamento e legittimità proprio nell’esistenza di un valido contratto di rete di imprese e nella condivisione di progetti ed attività tra le due società, con conseguente gestione in comune, in alcuni casi, anche delle risorse umane.

Ad avviso dell’organo giudicante, il contratto di rete per le sue caratteristiche intrinseche consente lo svolgimento in comune di determinate attività, giustificando, per ciò solo, la condivisione da parte delle società coinvolte di una stessa direzione e di stessi uffici.  

In conclusione, il giudice ha escluso il carattere fittizio dell’appalto di servizi intercorrente fra le due società ed ha ritenuto che la costituzione di una società con capitale integralmente controllato dalla costituente, l’esternalizzazione alla stessa di taluni servizi e la stipula di un contratto di rete di imprese per la gestione in comune di determinate attività, costituiscano tutti strumenti di manifestazione della libertà di iniziativa economica privata, tutelata dall’art. 41 della Costituzione.

Di conseguenza, il Tribunale di Roma ha respinto il ricorso dei lavoratori.  

Osservazioni

La soluzione cui è pervenuto il Tribunale di Roma, ad avviso di chi scrive condivisibile, si impernia sulla disciplina e sulla ratio sottostante il fenomeno delle c.d. reti di imprese.

Come noto, infatti, il contratto di rete - disciplinato dall'art. 3, d.l. 10 febbraio 2009, n. 5, convertito in l. 9 aprile 2009, n. 33 - è stato introdotto nell'ordinamento giuridico italiano con lo scopo di favorire l'aggregazione tra imprese (in particolare quelle di piccole e medie dimensioni) offrendo loro uno strumento negoziale flessibile finalizzato ad accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e competitività sul mercato, senza rinunciare alla propria autonomia giuridica, economica ed organizzativa.

Le imprese partecipanti, dunque, sulla base di un programma di rete comune, possono obbligarsi a collaborare in forme ed in ambiti predeterminati attinenti all'esercizio delle proprie imprese, ovvero scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, tecnica o tecnologica, ovvero, ancora, ad esercitare una o più attività rientranti nell'oggetto della propria impresa” (cfr. p.6 della sentenza).

Il legislatore ha dimostrato in più occasioni di ritenere che il fattore lavoro sia uno degli elementi fondamentali per realizzare quella collaborazione e cooperazione fra imprese che è obiettivo precipuo del contratto di rete. Basti pensare ai diversi interventi che, nel corso del tempo, hanno ampliato la possibilità per le imprese retiste di realizzare una gestione flessibile della prestazione dei lavoratori impiegati nella rete (si pensi, ad esempio, agli artt. 30, comma 4-ter, e 31, comma 3-bis ss., d.lgs. n.276/2003, come modificati dal d.l. 28 giugno 2013, n.76, convertito in l. 9 agosto 2013, n.99).

Il Tribunale, con la propria motivazione, dimostra di aver pienamente compreso la ratio sottesa all'istituto della rete di imprese e, nel dirimere la questione controversa, si pone, per così dire, “le giuste domande”. Lungi, infatti, dal ritenere che la temporanea commistione di personale fra le imprese retiste sia di per sé sintomo dell'illegittimità dell'appalto, il giudice sviluppa il proprio ragionamento chiedendosi fino a dove possa spingersi la libertà di impresa senza che dalle decisioni imprenditoriali derivi un pregiudizio per i lavoratori coinvolti in un'operazione complessa come quella di cui è causa.

In assenza di direttive e ordini di servizio vincolanti da parte della società committente, ed avendo, pertanto, escluso che la commistione temporanea di personale rilevi sotto un profilo interpositorio, il giudice si concentra sul verificare che l'appaltatrice sia effettivamente dotata di una propria autonomia e identità. La domanda principale che l'interprete deve porsi è se il soggetto imprenditoriale che collabora nell'organizzazione di rete abbia o meno una propria autonomia: soltanto in caso di risposta positiva, gli eventuali “condizionamenti” che il personale della società appaltatrice subisce da parte della committente possono trovare una giustificazione proprio nell'organizzazione complessa di cui entrambe le società sono parte. Nella fattispecie che ci occupa, infatti, l'esecuzione del contratto con il cliente finale (di cui la committente è rimasta titolare) avviene proprio per il tramite dell'organizzazione di rete alla quale l'appaltatrice partecipa. In altre parole, ogni impresa della rete, per scelte imprenditoriali del tutto legittime, svolge un'attività che concorre a realizzare il risultato finale che, di conseguenza, è il frutto di tale collaborazione.

In conclusione, il Tribunale di Roma con la propria decisione sceglie di valorizzare la libertà di iniziativa economica privata e lo scopo sotteso al contratto di rete, escludendo che le pratiche poste in essere dalle società (ossia la creazione di una società di scopo con capitale integralmente controllato dalla committente, l'esternalizzazione alla stessa di taluni servizi e la stipula di contratto di rete per la gestione in comune di determinate attività) siano sintomo del carattere fittizio dell'appalto e della sua preordinazione a scopi diversi da quelli dichiarati.

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