Il duplice rapporto di lavoro del socio di cooperativa: quando e perché deve considerarsi di carattere subordinato
14 Marzo 2023
Massima
Ai fini della qualificazione in termini di autonomia o di subordinazione dell'ulteriore rapporto di lavoro che il socio lavoratore di una società cooperativa stabilisca con la propria adesione o successivamente, il nomen iuris attribuito in linea generale ed astratta nel regolamento di organizzazione e la peculiarità del rapporto mutualistico connesso a quello di lavoro, pur configurandosi quali elementi necessari di valutazione, non rivestono portata dirimente, dovendosi piuttosto dare prevalenza alle concrete modalità di svolgimento del rapporto di lavoro; al riguardo, quando la prestazione lavorativa sia estremamente elementare e ripetitiva, così che l'assoggettamento del prestatore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare non risulti, in quel contesto, significativo, è possibile dare rilievo ad elementi sussidiari (ad es. modalità di erogazione del compenso, orario di lavoro, presenza di una sia pure minima organizzazione e l'assunzione di un rischio di impresa), da valutarsi nella loro vicendevole interazione. Il caso
La Cooperativa impugna dinanzi al Tribunale, Giudice del Lavoro, le note di rettifica ricevute dall'INPS sugli importi dei contributi comunicati tramite denuncia UniEmens per i propri soci lavoratori, chiedendone l'annullamento.
L'Istituto, sul presupposto del vincolo di subordinazione dei soci nello svolgimento di prestazioni di pulizia e facchinaggio nell'ambito degli appalti di servizi di volta in volta acquisiti dalla Cooperativa, richiede infatti il pagamento dell'aliquota aggiuntiva dello 0,65%, destinata al finanziamento del Fondo di solidarietà residuale di cui all'art. 3 legge 28 giugno 2012, n. 92.
La Cooperativa soccombe nel primo grado di giudizio, respingendo il Tribunale il ricorso sul rilievo che la stessa società aveva in precedenza denunciato, all'INPS come ad altri organi amministrativi, i soci lavoratori quali dipendenti.
Analogo verdetto viene pronunciato dalla Corte d'Appello la quale, sull'accertamento della natura subordinata del rapporto di lavoro, richiama il principio secondo il quale allorquando le prestazioni siano elementari, ripetitive e predeterminate nelle modalità di esecuzione al criterio dell'assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare possono supplire i cc.dd. indici sussidiari della continuità e della durata del rapporto, delle modalità di erogazione del compenso, della mancata assunzione di un rischio d'impresa e dell'assenza di un effettivo potere di auto-organizzazione in capo al prestatore.
Tale interpretazione del fenomeno, aggiunge il giudice del gravame, non è stata confutata dalla dedotta facoltà dei soci di svolgere in proprio o a favore di terzi e di rifiutare le occasioni di lavoro offerte dalla cooperativa, potendosi detti elementi conciliare anche con tipologie di lavoro subordinato come, ad esempio, il rapporto intermittente o a chiamata.
La Cooperativa ricorre per la cassazione della sentenza emessa dalla corte territoriale. La questione
Il tema trattato è dato dalla qualificazione, autonoma o subordinata, della prestazione di lavoro svolta dal socio lavoratore a favore della cooperativa in attuazione del duplice rapporto intrattenuto con l'ente.
Ricordiamo infatti che nella cooperativa di produzione e lavoro, realizzandosi lo scambio mutualistico, tipico del particolare modello di società, attraverso la prestazione di lavoro del socio, tra i contraenti si instaurano e coesistono due diversi rapporti giuridici: quello societario (o associativo) e quello lavorativo.
La questione, nel caso specifico, viene affrontata al fine di stabilire l'applicazione o meno al rapporto di causa della disciplina previdenziale propria del lavoro subordinato.
Sul piano generale, la sussistenza e l'interdipendenza dei due rapporti del socio lavoratore con l'ente cooperativo è disciplinata dalle disposizioni della legge 3 aprile 2001, n. 142 ("Revisione della legislazione in materia cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio lavoratore"). In particolare, l'art. 1, comma 3, della legge prevede: "Il socio lavoratore di cooperativa stabilisce con la propria adesione o successivamente all'instaurazione del rapporto associativo un ulteriore rapporto di lavoro, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, ivi compresi i rapporti di collaborazione coordinata non occasionale, con cui contribuisce comunque al raggiungimento degli scopi sociali. Dall'instaurazione dei predetti rapporti associativi e di lavoro in qualsiasi forma derivano i relativi effetti di natura fiscale e previdenziale e tutti gli altri effetti giuridici rispettivamente previsti dalla presente legge, nonché, in quanto compatibili con la posizione del socio lavoratore, da altre leggi o da qualsiasi altra fonte".
La legge n. 30/2009, art.9, ha soppressonella disposizione l'aggettivo "distinto", che in origine accompagnava l'attributo "ulteriore" del rapporto di lavoro del socio.
Malgrado l'acceso dibattito dottrinale sul punto, secondo la giurisprudenza la novella non ha però apportato mutamenti sostanziali alla norma: rimasta imperniata sul principio della duplicità di rapporti, associativo e di lavoro, in capo al socio lavoratore (teoria dualistica o del doppio binario); dandosi semmai luogo nel lavoro cooperativo al concorso di cause negoziali collegate ed alla coesistenza di una pluralità di tutele (cfr. Cass. n. 24917/2014; Cass. n. 14741/2011; SS.UU. n. 27436/2017).
Il rapporto di lavoro del socio lavoratore è dunque “ulteriore”, tout court, rispetto a quello associativo.
La volontà del legislatore di accentuare l'inerenza della prestazione di lavoro del socio allo scopo mutualistico è del resto dimostrata dal segno dell'interdipendenza esistente tra i due rapporti.
Nella sua fase estintiva, infatti, è il rapporto di lavoro ad essere influenzato dalle vicende del connesso rapporto associativo, non viceversa; come del resto specificato in altra parte della stessa legge n.142/2001: “Il rapporto di lavoro si estingue con il recesso o l'esclusione del socio deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie e in conformità con articoli 2532 e 2533 del codice civile” (art. 5, c. 2, L. n. 142/2001).
Tale disposizione, principalmente, valorizza quindi la dipendenza del rapporto di lavoro da quello societario: mancando quest'ultimo, il primo non può ulteriormente protrarsi non trovando nella cooperativa cittadinanza la figura dell'ex socio che resti operativo come mero dipendente bensì, per converso, soltanto quella del c.d. socio inerte ovverosia dell'associato il quale, ancorché receduto od estromesso dal lavoro con il licenziamento, permanga nella compaginesociale partecipando alla vita ed alle scelte dell'impresa.
Sempre in forza della predetta norma, appare evidente che la ricostituzione del rapporto lavorativo passa, necessariamente, per l'invalidazione della delibera di esclusione da socio (per la puntuale disamina delle tutele approntate dall'ordinamento in relazione alla fase estintiva di ciascuno dei due rapporti esistenti in capo al socio lavoratore, vd. la fondamentale pronuncia Cass., SS.UU., 20 novembre 2017, n. 27436).
Sul piano logico, pertanto, l'interprete è per prima cosa chiamato a stabilire quando, in concreto, l'ulteriore rapporto di lavoro del socio (come detto, rapporto in sé dispensato, stando all'enunciazione del citato art. 1 legge n. 142/2001, da una “forma” necessaria o, più propriamente, svincolato da schemi o modelli contrattuali predeterminati) possa dirsi di natura subordinata o invece autonoma.
Su tale questione, nella specifica circostanza, è chiamata a pronunciarsi la S.C. Le soluzioni giuridiche
La Corte di Cassazione, con la decisione in commento, riconduce l'argomento enunciato ai noti principi generali in materia di qualificazione giuridica del rapporto di lavoro subordinato.
Solitamente, sappiamo, non essendo il contratto di lavoro subordinato disciplinato in via diretta dal codice civile la nozione di subordinazione viene per relationem ricavata dalle caratteristiche soggettive del prestatore di lavoro subordinato, desunte dall'enunciazione dell'art. 2094 c.c. ("È prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell'impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell'imprenditore").
Quanto ai metodi di qualificazione, quantomeno secondo la giurisprudenza maggioritaria, il raffronto tra il caso concreto e la fattispecie astratta al fine di pervenire alla definizione di un rapporto di lavoro come subordinato o autonomo va condotto accertando se ricorra o meno il requisito tipico della subordinazione costituito, affermano le corti, dalla soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro.
Gli altri caratteri dell'attività lavorativa, come la continuità, l'assenza di rischio, l'osservanza di un orario, la rispondenza dei suoi contenuti ai fini propri dell'impresa e le modalità di erogazione della retribuzione di norma non assumono rilievo determinante rilevando invece quali criteri complementari e sussidiari, poiché compatibili sia con il rapporto di lavoro subordinato sia con quelli di lavoro autonomo parasubordinato (vd., tra le tante, Cass. n. 5645/2009; Cass. n. 21028/2006; Cass. n. 20669/2004).
Da non sottovalutare, sull'argomento, l'ulteriore dato normativo costituito dalla circostanza che il D.lgs. n. 81/2015 ha recentemente definito il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato la forma comune di rapporto di lavoro.
Per lo stesso legislatore, dunque, tale tipologia contrattuale appare più delle altre meritevole di tutela richiedendosi quindi, indirettamente, la ricorrenza di condizioni normative particolari per legittimare la stipula di schemi contrattuali alternativi.
Va ricordato, inoltre, che nel contratto di lavoro l'autonomia privata, compressa dalla tutela protettiva originata da norme inderogabili, dettate dalla legge o dalla contrattazione collettiva, subisce forti limitazioni nel determinare la concreta disciplina del rapporto, limitazioni superabili in linea di massima soltanto attraverso clausole di miglior favore per il prestatore di lavoro.
Considerazioni, quelle appena svolte, la cui rilevanza si estende certamente anche alla questione in esame: anch'essa caratterizzata da una regolamentazione in gran parte estranea alla volontà delle parti formalizzata nel contratto scritto e, invece, automaticamente richiamata dalla semplice costituzione del rapporto, anche in forza dei concorrenti principi di effettività o di indisponibilità del tipo contrattuale in base ai quali le modalità di svolgimento del rapporto di lavoro prevalgono sul contenuto negoziale concordato tra le parti.
Nella giurisprudenza della Suprema Corte, infatti, da tempo ormai si afferma che il nomen iuris assegnato dalle parti al contratto avente ad oggetto la prestazione di una determinata attività lavorativa non vincola il giudice nella qualificazione giuridica del rapporto, dovendosi piuttosto avere riguardo all'effettivo contenuto del rapporto stesso ed alle modalità essenziali della prestazione di lavoro (cfr., tra le tante, Cass. n. 16720/2021; n. 4884/2018; n. 17549/2003; n. 3200/2001).
In continuità con tale indirizzo giurisprudenziale, la S.C. con l'ordinanza commentata, n. 29973 del 2022, conferma che nell'accertarsi il vincolo della subordinazione anche nelle cooperative di produzione e lavoro l'indagine sull'effettivo atteggiarsi del rapporto non può arrestarsi alla qualificazione giuridica attribuita dalle parti.
Pure al legislatore, osserva la Corte, è precluso il potere di qualificare un rapporto di lavoro in termini dissonanti rispetto alla sua effettiva natura e di sottrarlo così allo statuto protettivo che alla subordinazione si accompagna (Corte Cost., sentt. n.76/2015, n. 115/1994 e n. 121/1993).
Ne deriva, quale conseguenza ineludibile, “l'indisponibilità del tipo negoziale sia da parte del legislatore, sia da parte dei contraenti individuali” (sic Corte Cost. n.76/2015 cit.).
La qualificazione convenzionale d'un rapporto di lavoro come autonomo, in definitiva, pur non potendo essere pretermessa non ha valenza dirimente e non dispensa comunque il giudice dal compito di verificare quelle concrete modalità attuative del rapporto in esame, che rappresentano il tratto distintivo saliente.
Nelle società cooperative, in particolare, il fatto che il rapporto di lavoro si affianchi al rapporto associativo, a sua volta contraddistinto dalla partecipazione al rischio d'impresa, non esclude secondo la S.C. che, all'interno dell'organizzazione societaria, si possa rinvenire, insieme al contratto di partecipazione alla comunità, quello commutativo di lavoro subordinato (viene al riguardo espressamente richiamato il precedente di cui a Cass., S.U., 26 luglio 2004, n. 13967).
Possibilità del resto espressa a chiare lettere dalla legge n. 142/2001, con il citato art. 1, comma 3, nella parte in cui lo stesso consente al socio di stabilire con la propria adesione o successivamente all'instaurazione del rapporto associativo un ulteriore rapporto di lavoro, anche in forma subordinata.
La peculiarità del rapporto associativo, dunque, non si pone di per sé in antitesi con gli estremi della subordinazione, che devono essere riscontrati in concreto.
In forza di tali principi, nel caso di specie la Corte ritiene correttamente compiuto l'accertamento fattuale degli elementi tipici della subordinazione nell'ambito del giudizio di merito.
A suo parere, infatti, il giudice territoriale ha validamente considerato che la società, nelle comunicazioni obbligatorie, ha essa stessa qualificato i rapporti di lavoro in termini di subordinazione, altresì applicando il contratto collettivo dei dipendenti delle piccole e medie imprese esercenti i servizi delle pulizie.
È inoltre emerso in causa lo svolgimento in via continuativa da parte dei soci di prestazioni di pulizia e facchinaggio nell'esecuzione degli appalti di volta in volta acquisiti dalla società e la retribuzione degli stessi proporzionale alla durata delle prestazioni svolte, nonché la loro mancata assunzione di rischi imprenditoriali.
I lavoratori neppure hanno apportato attrezzature e materiali propri.
Pur ribadendo la natura sussidiaria ed indiziaria di tali accertati elementi di fatto ai fini della qualificazione del rapporto di lavoro, il giudice di legittimità ne precisa il rilievo processuale allorché la prestazione dedotta in contratto sia estremamente elementare, ripetitiva e predeterminata nelle sue modalità di esecuzione (Cass. n. 24561/2013).
In tale frangente, detti criteri distintivi sussidiari, ai quali possono aggiungersi la regolamentazione dell'orario di lavoro e la sussistenza di un effettivo potere di autoregolamentazione in capo al prestatore, desunto anche dalla eventuale concomitanza di altri rapporti di lavoro, si sostituiscono nella valutazione del giudice ai normali indici della subordinazione: assoggettamento all'esercizio del potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro (Cass. n. 9251/2010; n. 1536/2009; n. 8569/2004).
Quanto alla facoltà per i soci di svolgere le attività in proprio o in favore di terzi e di rifiutare le occasioni di lavoro procurate dalla cooperativa, la Corte evidenzia, come già fatto dal giudice d'appello, che tali possibilità non rivestono decisiva rilevanza in senso contrario non infirmando i rilevanti indici di subordinazione passati in rassegna e, semmai, limitandosi a ricalcare le previsioni negoziali.
Esse si collocano quindi sul piano astratto delle facoltà spettanti ai soci e non su quello della concreta dinamica dei loro rapporti.
La S.C., perciò, conclude respingendo il ricorso proposto dalla Cooperativa stante l'accertata insussistenza della denunciata violazione di legge. Osservazioni
Nella pronuncia commentata trovano puntuale conferma consolidati canoni interpretativi relativi alla figura di prestatore d'opera attivo nel settore cooperativo.
In particolare, nell'occasione viene posta attenzione alla qualificazione giuridica dell'ulteriore rapporto di lavoro che, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, il socio lavoratore, secondo quanto previsto dall'1 comma 3 della legge n.142/2001, stabilisce con la cooperativa in attuazione dello scambio mutualistico volto al conseguimento dello scopo sociale.
Sul tema si è sopra ricordato che, in tale compagine, il socio è tenuto alla prestazione di lavoro in adesione allo statuto ed al regolamento interno, e lo svolgimento della sua attività si presenta quindi come adempimento del contratto sociale divenendo, appunto, prestazione “ulteriore” rispetto al rapporto associativo-societario.
L'interdipendenza dei due rapporti e, in ipotesi, la prevalenza dell'uno sull'altro, sono argomenti che per lungo tempo hanno diviso i commentatori
Nel regime anteriore a quello introdotto dalla l. 3 aprile 2001 n. 142, aveva finito per affermarsi la tesi dell'incompatibilità tra lo status di socio lavoratore di cooperativa e quello proprio del lavoratore subordinato (c.d. teoria monistica).
I soci delle cooperative di produzione e lavoro, si riteneva, non potevano essere considerati dipendenti delle medesime per le prestazioni rivolte a consentire il conseguimento dei fini istituzionali e rese secondo le prescrizioni del contratto sociale.
Neppure rilevava, ai fini della riconducibilità della loro attività ad un rapporto di lavoro subordinato, la circostanza che i soci fossero tenuti all'osservanza di orari predeterminati, percepissero compensi commisurati alle giornate di lavoro e dovessero osservare direttive datoriali, né che nei loro confronti fosse applicata, quanto all'esercizio del potere disciplinare o ad altri aspetti, una normativa collettiva. Sempre che, nel caso concreto, non venisse accertata l'utilizzazione simulata o fraudolenta dello schema cooperativistico.
Per lungo tempo, sul punto, la giurisprudenza è stata costante: ad iniziare da Cass. SS.UU. n.5813/1989; proseguendo, tra le tante, con Cass.n. 2004/1995 nonché con Corte Cost. n.30/1996; sino a giungere a Cass. n. 15750/2003.
Con la legge n. 142/2001, però, tutto cambia.
In effetti, risulta evidente la scelta operata con la novella in favore della c.d. teoria dualistica in tema di definizione della prestazione d'opera del socio di cooperativa.
La stessa negazione dell'unicità della fonte contrattuale, quale appunto realizzata attraverso il citato art.1, comma 3, della legge, conferisce al rapporto di lavoro un titolo autonomo di esistenza che lo sottrae senz'altro all'egemonia normativa del contratto di società.
Incontestabile diviene pertanto l'applicazione delle tutele giuslavoristiche in affiancamento a quelle societarie.
Il nuovo dogma, recentemente, pare aver trovato definitivo suggello nella pronuncia delle Sezioni Unite civili n. 27436/2017 la quale, nello stabilire che l'omessa impugnazione tempestiva (entro 60 giorni dalla comunicazione, ex art. 2533, comma 3, c.c.) della delibera societaria di esclusione preclude al socio lavoratore la tutela restitutoria (si legga: reintegratoria) ma non quella risarcitoria (si legga: obbligatoria), ha fondato la propria decisione sul fatto che la specialità del rapporto cooperativo rispetto allo schema della subordinazione non può giustificare la tradizionale teoria secondo la quale le prestazioni del socio di società cooperativa di produzione e lavoro integrano adempimento del contratto sociale e non sarebbero neppure riconducibili ad un rapporto di lavoro, subordinato o di altro tipo.
La teoria monistica viene così definitivamente sconfessata.
L'autorevolissimo Collegio, richiamando a sostegno l'indirizzo affermatosi all'interno della Sezione Lavoro (effettivamente, già in precedenza la pluralità di tutele e la conseguente connessione tra le cause d'impugnazione dei rispettivi atti estintiti dei due rapporti veniva evocata da Cass. civ., sez. VI, ord. 29 luglio 2016, n. 15798; ordd. 6 ottobre 2015, nn. 19977-19976-19975-19974; ord. 21 novembre 2014, n. 24917), ha in particolare sul punto precisato: “Alla duplicità di rapporti può corrispondere la duplicità degli atti estintivi, in quanto ciascun atto colpisce, e quindi lede, un autonomo bene della vita, sia pure per le medesime ragioni: la delibera di esclusione lo status socii, il licenziamento il rapporto di lavoro”.
Tornando alla questione qui specificamente trattata, risulta evidente che, per il paradigma sopra delineato ovverosia per la dichiarata autonomia del rapporto di lavoro del socio di cooperativa rispetto a quello societario dallo stesso intrattenuto con l'ente, la qualificazione del primo non può sottrarsi all'applicazione delle regole ermeneutiche tipiche della fattispecie lavoristica, desunte dall'art. 2094 c.c.
In altre definitive parole, la concreta individuazione del carattere della subordinazione nella prestazione d'opera del socio di cooperativa deve avvenire, quale corollario della teoria dualistica affermatasi nell'elaborazione concettuale sul lavoro all'interno di tale ente, affrancandosi dalla specialità del modello contrattuale in questione ed, al contrario, assoggettando l'indagine ai comuni precetti del diritto del lavoro.
In tale direzione, coerentemente, si è mossa la Corte di Cassazione con la pronuncia appena esaminata. |