L'obbligo vaccinale anti-Covid nelle strutture sanitarie si estende al personale amministrativo

Marianna Russo
12 Gennaio 2023

La sentenza in commento si snoda intorno alla corretta interpretazione dell'art. 4-ter, D.l. n. 44/2021, considerato il pomo della discordia nella vicenda sottoposta al vaglio giudiziale riguardante l'estensione dell'obbligo vaccinale al personale non adibito a mansioni sanitarie.
Massima

L'art. 4-ter D.l. n. 44/2021 si riferisce alla struttura sanitaria intesa nel suo complesso, senza distinguere tra singole sedi o articolazioni interne, e l'estensione dell'obbligo vaccinale riguarda il personale non adibito a mansioni sanitarie, per proteggere il più possibile, da un lato, il personale più esposto al contagio e, dall'altro, gli utenti dei servizi sanitari.

Il caso

Un dipendente dell'ASL, impiegato con mansioni esclusivamente amministrative e sospeso perché non ha ottemperato all'obbligo vaccinale anti-Covid introdotto dall'art. 4-ter D.l. n. 44/2021, convertito dalla L. n. 76/2021, ricorre al Tribunale di Torino per chiedere la reintegrazione nel proprio posto di lavoro.

Il giudice di prime cure accoglie il ricorso, ritenendo che la ratio del citato art. 4-ter, D.l. n. 44/2021 consista nel contenimento dei rischi di contagio in ambienti lavorativi sanitari dove accedono o sono ricoverati soggetti particolarmente fragili. Dal momento che il ricorrente è occupato in un reparto in cui non vengono erogati servizi sanitari ed è adibito a mansioni amministrative, non sarebbe sottoposto all'obbligo vaccinale e ne viene, pertanto, ordinata la reintegrazione.

L'ASL impugna la sentenza davanti alla Corte d'Appello di Torino, lamentando l'erronea interpretazione dell'art. 4-ter, Dl. n. 44/2021, nonché l'omesso svolgimento di attività istruttoria sulle mansioni effettivamente svolte dal dipendente sospeso, che, tra l'altro, essendo ultracinquantenne, non avrebbe comunque potuto effettuare la prestazione lavorativa senza la certificazione dell'avvenuta vaccinazione o della guarigione dal Covid.

Le questioni

La corposa sentenza in esame – ben 25 pagine – si snoda intorno alla corretta interpretazione dell'art. 4-ter, D.l. n. 44/2021, considerato il pomo della discordia nella vicenda sottoposta al vaglio giudiziale.

La Corte d'Appello di Torino accoglie il ricorso dell'ASL, perché l'interpretazione letterale della disposizione normativa e la sua ratio non consentono di avallare la tesi sostenuta in primo grado dal Tribunale.

Come evidenzia la Corte, la norma fa riferimento al personale che lavora nella struttura – intesa nel suo complesso – e non in sue singole sedi o articolazioni interne. Inoltre, la scelta del legislatore di estendere l'obbligo vaccinale anche agli operatori non sanitari – mediante il D.l. n. 172/2021, che ha introdotto l'art. 4-ter in questione – è proprio funzionale ad ampliare il più possibile la platea dei lavoratori coinvolti. E l'estensione riguarda, appunto, il personale delle strutture sanitarie che svolge mansioni “non” sanitarie, come il lavoratore di cui si tratta.

Ai sensi dell'art. 4-ter non rileva la collocazione fisica dell'ufficio a cui è assegnato il lavoratore, ossia il fatto che sia ubicato all'esterno dei luoghi in cui viene erogata l'attività sanitaria, perché la disposizione normativa non fa, al riguardo, alcuna distinzione.

Secondo la Corte d'Appello, la scelta del legislatore è “ragionevole”, in quanto, in un ente che eroga servizi sanitari, non è possibile tenere completamente e costantemente separato il personale a contatto con l'utenza da quello che svolge mansioni d'ufficio. E la finalità è quella di proteggere, da un lato, il personale più esposto al contagio e, dall'altro, gli utenti dei servizi sanitari.

Le soluzioni giuridiche

La Corte d'Appello di Torino prende in esame anche le difese dell'appellato, svolte in primo grado e riproposte nell'appello incidentale, ma non può condividerle.

In primo luogo, non risulta condivisibile l'asserita inidoneità del vaccino ad evitare la diffusione del contagio, il timore degli effetti collaterali dovuti alla scarsa sperimentazione e la possibilità di conseguire l'obiettivo del contenimento del virus in altre maniere (tamponi, distanziamento, igienizzazione).

Al riguardo, la Corte rileva che al giudice è impedita ogni valutazione circa il merito delle scelte legislative, che, comunque, risultano giustificate dalla pericolosità del virus e dalla necessità di tutelare la salute pubblica. In ogni caso, i vaccini anti-Covid in commercio hanno ricevuto le idonee autorizzazioni a livello europeo e nazionale e sono misure completamente diverse, per natura e obiettivo, dal tampone, che è una mera procedura funzionale alla diagnosi.

Non risultano fondati neppure i dubbi di legittimità costituzionale e di contrasto della normativa nazionale ed europea, in quanto “lo Stato ha un potere di intervento e di prescrizione in materia vaccinale che gode di copertura costituzionale, al fine di bilanciare la libertà del singolo con il diritto alla salute dei terzi”. In un contesto di emergenza pandemica l'obbligo vaccinale per le categorie individuate dalla legge appare una misura proporzionata nella doverosa valutazione scientifica tra costi e benefici.

La sentenza riporta anche alcuni dati elaborati dall'Istituto Superiore di Sanità sull'efficacia dei vaccini anti-Covid: seppure la vaccinazione oggi a disposizione non sia in grado di eliminare la possibilità di contrarre il virus, le evidenze scientifiche ne mostrano la riduzione.

Osservazioni

Alla luce delle argomentazioni sopra sintetizzate, la Corte d'Appello accoglie il ricorso, ma compensa le spese tra le parti, considerati i contrasti giurisprudenziali sulla questione.

Contrasti che verranno presumibilmente risolti grazie alla recentissima pronuncia della Corte Costituzionale, ancora non depositata. In base al comunicato diramato il primo dicembre, la Consulta non ritiene né irragionevoli, né sproporzionate le scelte vaccinali adottate dal legislatore in periodo pandemico.

In attesa del deposito della sentenza e della lettura delle sue motivazioni è, comunque, già prevedibile una riduzione dell'elevato e vivace contenzioso in materia.

Minimi riferimenti bibliografici

S. Apa, Obbligo vaccinale anti-Covid al vaglio della Corte di Giustizia dell'Unione europea, in questa Rivista, 28 febbraio 2022;

E. Gragnoli, L'epidemia, la vaccinazione, il rifiuto e l'ultimo provvedimento normativo, in Lav. dir. eur., 2021, n. 2;

G. Guarini, Rifiuto del vaccino anti Covid 19 e conseguenze giuridiche per il personale sanitario nelle recenti sentenze di Verona e Modena, in questa Rivista, 4 agosto 2021;

P. Pascucci, SARS-CoV-2 e obbligo dei lavoratori di vaccinarsi, in Lav. dir. eur., 2021, n. 3;

P. Patrizio, Obbligo vaccinale sui luoghi di lavoro, tra impossibilità di imposizione del trattamento sanitario e necessità di contrastare la diffusione del virus, in questa Rivista, 6 ottobre 2021;

C. Pisani, Il vaccino per gli operatori sanitari obbligatorio per legge è requisito essenziale per la prestazione, in Lav. dir. eur., 2021, n. 2;

M. Russo, Per “riveder le stelle” serve la ricerca giuslavoristica? Riflessioni sul lavoro tra vaccini anti-Covid e green pass, in Lav. dir. eur., 2021, n. 4;

M. Russo, Il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia UE sull'obbligo vaccinale anti-Covid per il personale sanitario, in questa Rivista, 26 luglio 2022;

M. Russo, Personale sanitario non vaccinato e mansioni alternative, in questa Rivista, 17 agosto 2022;

M. Russo, Mancato rispetto dell'obbligo vaccinale anti-Covid per il personale sanitario. Revoca della sospensione e assegnazione di mansioni compatibili, in questa Rivista, 5 settembre 2022.

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